Quotidiano di Bari

Il tonno dei Messapi

La pesca di questa specie era già praticata dalle popolazioni preromane di Puglia

In uno dei suoi tanti studi, Filippo Briganti, un patrizio gallipolino vissuto nel Settecento, riporta che la pesca del tonno era praticata anche dagli Japigi, il complesso di popolazioni preromane composto da Dauni, Peuceti e Messapi. Agli Japigi non era sfuggito che alcune specie di pesci caratterizzate da una forte gregarietà usavano radunarsi in certi tratti di costa per deporvi le uova. Tra queste specie, per qualità delle carni, imponenza di branchi ed esemplari, spiccava il tonno. Così, con ritrovati rudimentali i nostri progenitori impiantarono le prime tonnare. Si trattava di tonnare fisse, consistenti in un complesso di reti sostenute da pali che, disposte ad imbuto, convogliavano i branchi verso quelle insenature dove era facile intrappolare le prede. Quando finivano in quella specie di vicolo cieco, i tonni venivano catturati con grossi ami o lunghe aste armate ad arpione. La lavorazione avveniva in loco, dando vita, forse, ad una vivace commercio del prodotto finito, una volta trovato come predisporlo al consumo differito. Più avanti, col progredire della tecnica, questa forma di pesca ‘di attesa’ dovette evolvere anche in Puglia in modalità più ‘propositive’ : la tonnara volante o la tonnara a sciabica (una specie di rete), detta pure ‘di corsa’. La prima consiste ancora oggi nel convogliare il tonno in ‘camere della morte’ allestite lontano dalla costa raccogliendo le barche ad imbuto. Nella seconda le prede venivano intercettate in alto mare con reti e, all’interno delle stesse, trascinate verso camere della morte allestite a riva. Briganti elenca alcune tonnare pugliesi. La più importante, quella di Gallipoli, aveva un imbuto così vasto (si calcola arrivasse a 1600 m.) che in trappola cadevano persino balenottere e foche monache ; a sud della stessa città era attivo un secondo e più piccolo impianto, quello detto ‘del Pizzo’. Nello specchio d’acqua di Santa Cesarea c’era la tonnara di Sant’Isidoro, detta anche di Santa Caterina. L’attività di queste tonnare è documentata dal periodo angioino all’Ottocento. Poi? L’unica spiegazione è che nel tempo l’efficienza di queste tonnare impoverì talmente il mare di tonni da non giustificare più il mantenimento di strutture comunque costose. E un’altra cosa : Il Briganti elenca tre tonnare joniche, nessuna adriatica. Non si può credere che in passato l’Adriatico fosse spopolato di tonni. Semmai, le caratteristiche della costa pugliese e il tipo di correnti che la interessano non si prestavano a produttive cacce, sia a tonnara volante che ‘di corsa’. Dunque, tornando al Briganti, le prime tonnare pugliesi, cioè japigie, furono a segno messapico, piuttosto che dauno o peuceta.

Italo Interesse

 

(16 Mag 2017) - Articolo letto 197 volte

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