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Emiliano lascia a “mani vuote” nella maggioranza solo chi non sta con lui

Il governatore Michele Emiliano (Pd), da quando nel 2004 si è sospeso dall’Ordine giudiziario per dedicarsi all’attività politico-amministrativa, da prima come sindaco di Bari ed ultimamente da presidente della Regione, gode della fama di non aver mai lasciato a mani vuote coloro che lo hanno sostenuto nelle sue rampantistiche scalate. Un’attività politico-amministrativa svolta nelle istituzioni – come è noto – finora sempre da posizioni di governo e mai di opposizione, per cui non è mai stato difficile per Emiliano rastrellare adepti a dritta ed a manca tra le fila di coloro che partecipano alle “guerre” avendo come unico scopo del proprio impegno politico quello di rimediare un “posto al sole” nelle istituzioni, nel governo o comunque nel sottogoverno, e non certo quello di una visione progettuale e strategica del bene comune e del benessere sociale. Infatti, tali ultimi fini, secondo una visone oggi prevalente, sono demandati unicamente all’attività politico istituzionale del capo, ossia di colui che esercita la gestione del potere per il potere. E di adepti in questi anni il governatore pugliese ne ha reperiti tanti soprattutto nelle fila politiche a lui avverse, tanto da costituire movimenti elettorali esterni al proprio partito che, all’occorrenza, sono poi stati anche utilizzati con successo per le sue scalate interne al Pd anche se a volte i protagonisti di tali movimenti con la loro storia politica personale sono stati sempre agli antipodi del Pd e tali restano nel loro percorso individuale. Però, tutto ciò non conta né per Emiliano che di costoro si è avvalso nelle battaglie di partito che lo hanno riguardato, né tantomeno per quelli che a questo “gioco” hanno partecipato e partecipano quando vengono interpellati. Insomma, il governatore pugliese ha normalizzato ed istituzionalizzato la nota regola del “do ut des” della politica con la particolarità che tale misura vale per gli ex “nemici” ma può non valere, anzi probabilmente non vale, per gli “amici” di partito, quando questi ultimi non sono anche amici suoi. E sarà forse per tale ragione che ben cinque consiglieri regionali del Pd pugliese di area renziana (Fabiano Amati, Sergio Blasi, Marco Lacarra, Ruggero Mennea e Donato Pentassuglia) sono rimasti fuori sia dal recente rimpasto di giunta che da eventuali altri “giochi” di potere che potrebbe riguardarli in quanto esponenti della coalizione di governo ed, in particolare, del partito di maggioranza relativa che sostiene Emiliano. I cinque esponenti renziani di via Capruzzi in una nota congiunta hanno dichiarato di non aver chiesto alcunché al presidente Emiliano, sia in termini di governo che di sottogoverno, dimostrando così di non essere sostanzialmente interessati al “potere per il potere”, ma di voler contribuire con il proprio sostegno solo al “rispetto della volontà degli elettori” che hanno affidato ad Emiliano la guida della Puglia e, quindi, anche le scelte – come è per legge – dei nomi di coloro che lo devono affiancare in tale attività di governo. E di ciò gli “amici” dell’ex premier fiorentino, stante a quanto da essi dichiarato ufficialmente, non si lamentano affatto. Anzi, hanno assicurato di continuare a svolgere l’attività politica e a esercitare con coerenza e lealtà il mandato popolare ricevuto. Ma stanno davvero così i fatti alla Regione Puglia ed, in particolare, nel Pd pugliese. A giudicare da quanto è accaduto nella seduta della scora settimana, quando per ben due volte è mancato in Aula il numero legale ed a determinare tale circostanza sono state anche le assenze tra le fila della maggioranza dei renziani oppure dal mancato insediamento delle sedute di due Commissioni consiliari a causa sempre delle assenze tra le fila renziane, pare che le cose non stiano proprio nel modo in cui ci viene spesso raccontato. Ovvero, nella maggioranza di centrosinistra che sostiene Emiliano ed in special modo nel suo stesso partito, il Pd, i mal di pancia interni ci sono e sono fin troppo evidenti. Ma tra i modi nuovi di far politica che anche quello di negare l’evidenza (ed in questo “Emiliano docet”), per cui anche gli “oppositori” del governatore interni al suo partito pare che stiano avvalendo delle sue stesse tecniche nel modo di fare politica. E, quindi, di fare dichiarazioni che non trovano riscontri nella realtà dei fatti. Stare a vedere se sarà sempre così oppure si ricrederanno a nelle imitazioni.

 

Giuseppe Palella

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