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L’Italia da leader indiscusso nell’esportazione di olio d’oliva in 25 anni scivola nelle retrovie

 

L’Italia da nazione leader indiscussa del mercato mondiale dell’olio extra vergine di oliva a Paese superato nella percentuale di olio d’oliva esportato finanche da nazioni come Turchia e Sira, oltre che da Grecia e Spagna. Ed è questo il destino a cui sta andando tristemente incontro l’Italia nel settore olivicolo-oleario, se a breve non interverrà una drastica inversione di tendenza del tracollo registrato negli ultimi sei anni nella produzione di olio extravergine d’oliva, pari al 31% medio delle precedenti annate. A lanciare l’allarme è il Cno (Consorzio nazionale degli olivicoltori), secondo il quale il trend di lungo periodo della produzione è in forte calo, mentre i più agguerriti concorrenti europei e mondiali registrano tassi di crescita produttiva eccezionali. Infatti, stando ai dati provvisori di commercializzazione dell’olio di oliva dell’annata incorso e pubblicati dalla Commissione europea in base alle dichiarazioni periodiche trasmesse dai singoli Stati membri, a superare le 183mila tonnellate italiane di olio d’oliva prodotto nell’ultima campagna olivicola ci sarebbero anche Paesi extracomunitari come la Tunisia e la Siria, oltre a due Paesi europei, quali Grecia e Spagna, che attuale risultano tra i maggiori esportatori sul mercato globale con una quota complessiva del 53%. L’Italia invece ha visto scendere in venticinque anni (1990 – 2015) il proprio primato di ben dieci punti percentuali, passando dal 46% al 36% di esportazioni sul mercato internazionale. Dati, questi, che secondo il deputato pugliese Giuseppe L’Abbate, capogruppo del M5S in Commissione agricoltura della Camera rappresentano un altro eclatante segnale di crollo per l’olivicoltura italiana, dopo i dati del Crea e del Centro Studi di Confagricoltura, resi noti la scorsa primavera, che parlavano di una Italia scivolata al quarto posto e con prezzi medi per il proprio prodotto esportato nettamente più bassi di quelli iberici. Per l’esponente pentastellato pugliese della Commissione agricoltura di Montecitorio alcune delle motivazioni del tracollo di produzione dell’Italia nel settore oleario sono note da tempo e sono “l’abbandono dei campi, la frammentazione delle imprese nonché il mancato ammodernamento del settore”. “Ma – ha commentato l’Abbate – se la Spagna ci ha superato in maniera così evidente è anche perché mentre gli iberici in 30 anni hanno realizzato ben cinque piani olivicoli, in Italia stenta ancora a prendere avvio il primo piano ottenuto, nel maggio 2015, grazie alla nostra risoluzione in Commissione a Montecitorio e atteso da tantissimi anni dal comparto”. Un impegno che – a detta di L’Abbate – continua tuttora con le numerose sollecitazioni del M5S al ministro delle Politiche agricole e forestali, Maurizio Martina, affinché mantenga gli impegni presi in Parlamento per l’attuazione in tempi rapidi del primo “Piano olivicolo nazionale”. Secondo il Cno, l’Italia per risalire le classifiche internazionali avrebbe bisogno di almeno 150 milioni di nuovi ulivi in produzione e almeno 25mila nuovi addetti che assicurino il ricambio generazionale nei campi. Però, rileva ancora il Consorzio degli olivicoltori, senza una “politica di investimenti” e “un orientamento favorevole verso la tecnologia, l’innovazione e l’impresa”, ciò non è evidentemente possibile. Quindi, per fronteggiare il tracollo della produzione di olio extravergine d’oliva italiano, su cui ha lancia l’allarme il Cno e gli ha fatto eco il deputato pugliese L’Abbate del M5S, risulta sempre più urgente e necessaria l’attuazione del “Piano olivicolo nazionale”, fortemente perorato lo scorso anno nelle Aule parlamentari dai pentastellati e varato dall’ex governo Renzi, ma tuttora inspiegabilmente fermo nella sua concreta applicazione. Un “Piano olivicolo nazionale” che nonostante l’esiguità dei finanziamenti a disposizione del comparto, appena 32 milioni di Euro complessivi per tutto il territorio italiano che rappresentano una “goccia” d’acqua rispetto a quelli varati da altri Paesi europei come, ad esempio, la Spagna, giunta già al suo quinto Piano olivicolo nazionale da quando è entrata a far parte della Ue, ma che tuttavia per il settore olivicolo italiano sarebbero un primo indispensabile sostegno ad invertire la rotta. E la Puglia è sicuramente la regione italiana al primo posto in questa ardua impresa, soprattutto in questo delicato momento, nel quale è ancora alle prese con il flagello della “Xylella fastidiosa”. E, per numerose aziende di olivicoltori pugliesi e salentini in particolare, la “luce” alla fine del tunnel, al di là di ciò che viene raccontato, è ancora lontana dall’essere vista.   

 

Giuseppe Palella

 

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