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Manifesto di una cattedrale sonora

Tra le moltissime categorie di lavoratori danneggiati dal presente stato di cose, quella degli attori è forse al primo posto. Già snobbati dalle Istituzioni, con la chiusura dei teatri gli operatori dello spettacolo non possono nemmeno più vivere delle briciole del botteghino. Un dramma che colpisce forse cinquecentomila professionisti e che passa sotto silenzio. Per cui è difficile in un momento come questo che un teatrante venga a dirti cose belle. Ma i fiori spuntano anche sulle rovine. E’ di questi giorni la notizia che una compagnia pugliese si è vista aprire le porte dalla Fondazione Morra di Napoli, un Istituto il cui scopo è promuovere e organizzare la ricerca, la realizzazione e la divulgazione della cultura delle comunicazioni visive. L’onore è toccato alla compagnia Teatro delle Bambole e al suo fondatore Andrea Cramarossa. Dal 20 febbraio di quest’anno  presso la Fondazione Morra è nato l’archivio ‘Andrea Cramarossa – Teatro delle Bambole’. Diviso in sezioni, tale archivio (consultabile da chiunque e destinato ad essere integrato da nuove acquisizioni) conserva materiale relativo al Nuovo Metodo di Approccio all’Arte Drammatica messo a punto dallo stesso Cramarossa insieme a copioni, foto, oggetti di scena, rassegne stampa, materiale di comunicazione, libri, progetti cinematografici… Ma perché un Archivio? Cramarossa preferisce parlare di una ‘forma di vita’ la quale pulsa in ragione di un ‘corpo’ (Casa Morra) che l’accoglie e di frequentatori che ne giustificano l’esistenza. La possibilità qui offerta di fruire anche fisicamente di quanto appartenuto alla messa in scena e alle prove è pensata per suggestionare il curioso dell’Archivio, eccitarne l’immaginazione e disporlo a guardare il teatro da una prospettiva diversa, quella del ‘poeta’. Perché nell’idea di Cramarossa esiste al di là della messa in scena un mondo teatrale ‘altro’, più intimo e raffinato e che solitamente sfugge allo spettatore, oltre che persino a qualche teatrante, ci permettiamo di aggiungere. Perciò l’aspetto delle cose che qui si vuole evidenziare non è rappresentativo, bensì raffigurativo (a tale proposito il teatrante pugliese parla  di “resti”, ovvero elementi utili a penetrare il mistero in cui si calano gli attori al momento della messinscena, ovvero tracce della stessa anche se non strettamente collegate tra loro e/o consequenziali). E tale senso della raffigurazione ha del pittorico : “In realtà a me sembra di dipingere scene teatrali, colorarle e sovrapporle, dinamicamente metterle in conflitto, attuare una trasformazione coerente con quello che per me è il Manifesto di una Cattedrale Sonora.(il virgolettato proviene da un conversazione tra il Nostro e Michele Pascarella)

Italo Interesse

 

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