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A Bari in politica si vince anche così: 25 euro a voto!

La montagna ha partorito il topolino. Le indagini su presunti episodi di corruzione elettorale alle amministrative baresi del 2019 si sono concluse ben 16 mesi dopo i fatti oggetto dell’inchiesta e dopo che un’altra tornata elettorale, quelle delle recenti regionali, è ormai alle spalle. Però, la questione non è certo sui tempi della complessa “macchina” giudiziaria che richiederebbe un approfondimento. Tempi che, nel nostro Paese, probabilmente sono dovuti al fatto che la nostra “macchina” della giustizia è oberata di lavoro e sottodimensionata negli organici al punto che i tempi d’indagine, come spesso pure quelli per i processi, sono dilatati al di là delle ragionevoli attese. Infatti, ciò che forse più interessa di questa vicenda, partita da una denuncia contro ignoti del “Movimento 5 Stelle” di Bari, è che dalle indagini della Procura barese è emerso che un certo numero di elettori, 48 per l’esattezza, sono accusati di essersi lasciati corrompere da un candidato al “Municipio 1”, tal Carlo De Giosa, e da sua figlia Donata, a fini elettorali. Difatti, secondo quanto accertato dagli inquirenti, sarebbero stati promessi e poi consegnati 25 Euro per ogni voto in favore del candidato De Giosa, che poi – come è noto – è risultato eletto a consigliere del Municipio di decentramento amministrativo “n.1” di Bari con 494 voti di preferenza, che lo hanno reso forse tra i più suffragati degli eletti municipali della sua lista (“Sud al Centro”) nei cinque Municipi di decentramento baresi. Però, tralasciando i particolari emersi dall’attività investigativa, ciò che di questo episodio di compra-vendita di voti lascia sorpresi (e forse anche dubbiosi!) molti comuni cittadini del capoluogo è che la presunta attività corruttiva possa essere stata finalizzata unicamente per conseguire l’elezione del solo candidato al consiglio municipale. Un obiettivo, questo, al quanto modesto e forse anche insignificante, considerato che è notorio nella nostra città il peso politico-amministrativo quasi irrilevante dei Municipi di decentramento amministrativo comunale. E, quindi, dei loro componenti in consiglio. Memorabile al riguardo è ciò che diceva a suo tempo il compianto senatore socialista pugliese degli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, Gaetano Scamarcio, quando affermava – con riferimento alle 9 ex-Circoscrizioni del decentramento barese – che trattandosi di organi istituzionali che non “gestivano” risorse (ovvero  quasi nulla), anche le cariche politiche dei loro componenti “non valevano” praticamente nulla. Oggi si potrebbe forse obiettare che, all’interesse politico di un tempo, per gli organi di decentramento attuali vi possa essere anche uno di tipo economico, legato al percepimento del fatidico “gettone di presenza” che, nel caso dei cinque Municipi baresi, vale circa 38 Euro lordi per seduta di consiglio o commissione. Il tutto – nella migliore delle ipotesi – per un massimo mensile di circa 900 Euro lordi. Ma, alla luce di questi dati, si potrebbe fare qualche considerazione in più circa la presunta attività corruttiva elettorale resa nota qualche giorno fa dalla Procura barese e chiedersi: “E’ mai possibile che un candidato al consiglio di Municipio si spenda alcune migliaia di Euro per un ruolo che non conta quasi nulla politicamente ed amministrativamente, oltre che è scarsamente remunerativo sul piano dell’indennità percepibile?” Ma c’è di più da rilevare. I candidati ai Municipi baresi – come è ormai noto – sono utilizzati nelle tornate comunali soprattutto come dei “portatori d’acqua” ai candidati al consiglio comunale (cui molto spesso sono in abbinamento sui biglietti di propaganda elettorale), oltre che al candidato sindaco della coalizione politica a cui fanno parte. Ma, forse, ci sarebbe da chiedere anche se è mai possibile che dei candidati al Municipio facciano promesse o elargizione di denaro in cambio di voti o per remunerare rappresentanti di lista o del candidato stesso, senza che i corrispondenti beneficiari di tale loro attività (lecita o illecita che sia) non sappiano assolutamente nulla di come questi loro sottoposti operino effettivamente? E qui, forse, sarebbe anche il caso di chiedersi dell’effettiva necessità dei Municipi o di una loro opportuna abolizione. Ancora più interessante sarebbe, forse, chiedersi “chi e perché” potrebbe mettere a disposizione di “anonimi” e forse anche “insignificanti” candidati, al Municipio o al Comune, somme di denaro per attività elettorali non certo limpide, del tipo di quella finita oggetto d’indagine a Bari, per il citato consigliere del Municipio 1. Notizia, questa, sulla quale nessun politico locale di spicco (a cominciare dal Primo cittadino di Bari, Antonio Decaro, e dal neo riconfermato governatore pugliese, Michele Emiliano, che sono della stessa coalizione politica dell’indagato e, quindi, quasi sicuramente anche beneficiati dell’attività di procacciamento di voti di costui) ha ritenuto finora di rilasciare una benché minima dichiarazione al riguardo. Però, ciò che sicuramente più rileva dell’inchiesta barese sulla presunta compra-vendita di voti, alle amministrative di maggio del 2019 nella nostra città, è se tale episodio di sicuro malcostume elettorale, oltre che di  rilevanza penale, possa essere stato un “unicum” della specie, oppure trattasi di un fenomeno ormai diffuso dalle nostre parti nelle tornate elettorali, ma che per varie ragioni finora è sfuggito del tutto, o quasi, all’attenzione di “Chi” ha il dovere di vigilare, prevenire e reprimere questo genere di malaffare, a prescindere dalle denuncie dei semplici cittadini o delle singole forze politiche presenti sulla scena. Ma dopo le recenti rivelazioni della Procura barese, quel che è certo, invece, e che nella nostra città in politica si vince sicuramente anche con i voti comprati.

 

Giuseppe Palella

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