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A Don Chisciotte il Regno dei Cieli

Il personaggio di Don Chisciotte avrebbe i quattrocento anni che Cervantes gli ha assegnato, avendone inventata l’epopea nel 1615. In realtà quello dell’Hidalgo è uno dei tanti ‘abiti’ vestiti nel corso della Storia dall’archetipo del sognatore, dell’idealista, del fedele nella legge dell’amore… insomma il povero, il mite, l’assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, il perseguitato ed altre categorie privilegiate da Discorso della Montagna. Il perdente, direbbero i cinici. Forse hanno ragione, guardando le cose con la plateale ferocia di pensiero che segna questa era abominevole. Ma al di là della seduzione del Regno dei Cieli, cosa c’è di più bello di una coscienza in ordine e di una fede incorrotta nei valori universali? Don Chisciotte ha antenati illustri e non meno illustri discendenti : gente come Gesù, prima, e come Gandhi, dopo, giusto per citare i ‘casi’ più vistosi. Nell’ombra che si proietta alle spalle dei giganti dello spirito si muove un popolo di eroi senza nome. Un popolo silenzioso, che non hai mai smesso di riprodursi, sì che Don Chisciotte è adesso riconoscibile nell’artista di strada, nell’apolide, nel volontario civile… persino nel ‘diverso’ costretto a vivere come un clochard. Intorno a quest’ultima idea lavora Fabrizio Monteverde per intessere il suo ‘Io, Don Chisciotte’, una coreografia messa in scena dal Balletto di Roma e che mercoledì scorso al Piccinni ha raccolto unanimi consensi. Monteverde spazza via ronzini decrepiti, scudieri alla buona e campagne sterminate dove mulini a vento possono passare per giganti e dove greggi somigliano a eserciti arabi. Il Don Chisciotte del terzo millennio vive nella degradata periferia d’un grosso centro urbano e la sua casa è la scocca di una Renault 4. Invece d’una logora corazza, veste indumenti intimi. Simbolicamente, è nudo, a differenza dei sodali di territorio, i quali a più riprese provano a farlo rientrare nel coro offrendogli panni, persino cercando d’imporglieli. Con orgoglio senza tempo Don Chisciotte rifiuta di farsi omologare, il che lo espone agli strali di un prossimo ‘cieco’, incapace di comprendere. Strali che a un certo punto evolvono in frecce autentiche, in una palese citazione pittorica (‘Il martirio di San Sebastiano’, di Piero del Pollaiolo). Unico sollievo a tanta dimessa solitudine, la presenza d’una compagna, un’altra emarginata che, evidentemente gravida, spinge una carrozzina carica di libri snobbati, libri che, immaginiamo, non trattano di cavalleria e amor cortese, bensì di temi più vicini al pensiero contemporaneo, utili a edificare il pensiero e tracciare una linea di confine tra Uomini e uomini incompleti. Sfibrato da un confronto inutile, Don Chisciotte si ritira appoggiandosi stancamente alla sua lancia che sempre più somiglia al braccio di una Croce… Un lavoro apprezzabile per l’energia espressa e la qualità delle forze messe in campo. Qualche perplessità, invece, in ordine alla sintonia fra il gesto e le musiche originali composte da Ludwig Minkus, integrate da composizioni di altri Autori.

Italo Interesse

 

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