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A Egnazia l’arte edile

L’antica Egnazia disponeva di un porto, oggi sprofondato per bradisismo. Gli archeologi subacquei che hanno visitato i resti della struttura – tali resti giacciono ad una profondità di sei metri – parlano di ‘moduli’ in forma di parallelepipedo e in materiale cementizio. Il porto di Egnazia fu dunque realizzato con una tecnica non molto distante da quella con cui ancora oggi si costruiscono i frangiflutti : colate di calcestruzzo entro casseforme. Una tecnica innovativa e geniale, che segnava una svolta sul cammino dell’arte edile, fino a pochi secoli prima ancora ferma all’impiego di blocchi megalitici da staccare, sagomare e trasportare. Un risparmio enorme in fatto di tempi e costi. Della tecnica dell’opus caementicium’ (opera cementizia) parla Marco Vitruvio Pollione, architetto romano attivo nella seconda metà del I secolo a.C,  nel libro VIII del suo celebre ‘Architectura’, dove vengono descritte ‘mirabilia aquarum’ e opere idrauliche. Il cemento dei romani consisteva in un impasto di malta (calce e sabbia) e ‘caementia’, ossia pietre grezze. A tale scopo si usavano pietre naturali, ciottoli di fiume, residui della lavorazione di blocchi pietra raccolti nel medesimo cantiere o nelle cave di estrazione, oppure altri materiali di risulta provenienti dalla demolizione di edifici ; in qualche caso i ‘caementia’ venivano realizzati frantumando appositamente macigni. Funzione dei ‘caementa’ era conservare la solidità dell’impasto interrompendo le linee di frattura che si aprono quanto, asciugandosi, la malta si ritira. Nel caso del porto di Egnazia, come in tutti i casi di muratura subacquea si utilizzava una calce ‘idraulica’, ricavata ‘tagliando’ la calce meno raffinata con un quinto di argilla. Realizzati i moduli (realizzazione che ragionevolmente doveva avvenire sul posto), restava da posarli sul fondo del mare, ammonticchiandoli sino a raggiungere l’altezza desiderata. Questa operazione era preceduta da altra e più delicata : Per evitare che le irregolarità del fondale marino compromettessero la sovrapposizione dei moduli, si usava posare sul fondale una distesa omogenea di pietre di medie dimensioni : qualcosa di simile ad una carrareccia. Solo a questo punto si potevano calare in acqua i blocchi cementizi. Ma come sollevare colossi del peso di svariati quintali e calarli con precisione geometrica? I romani disponevano di apparecchiature straordinarie, la cui efficienza è testimoniata da costruzioni come il Colosseo, il Circo Massimo, la Domus Aurea, le Terme di Caracalla… Di nuovo ci soccorre Vitruvio con la sua opera, il cui Libro X descrive tre diverse apparecchiature per il sollevamento di pesi in cantiere per mezzo di combinazioni di carrucole, paranchi, verricelli…

Italo Interesse

 

 

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