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A mezzanotte l’uscita del video “Tickets”

Tickets porta la firma di Merifiore una giovane artista pugliese, che dal 2013 si fa strada su palcoscenici italiani e internazionali (CMJ Music Marathon, Sziget Festival) consolidando la sua esperienza con numerose aperture: Thegiornalisti, Giuliano Palma, Calibro 35, Dente, Willy Peyote, Cat Power. Il nuovo singolo in inglese e cinese parla della voglia di viaggiare quando non si può. Un brano che non poteva godere di un tempismo migliore. Un messaggio di speranza incastonato nel primo esperimento linguistico del panorama italiano che intreccia lingue così lontane, così diverse.

Quando è nata Tickets?

“È un pezzo che ho suonato per tanti anni in giro. L’ho scritta dopo l’Università. Studiavo lingue, in particolare inglese e cinese. Volevo rendere omaggio alla passione per quella magica lingua e ho incastonato i miei studi in una canzone.”

Cosa ti ha attratto della musica cinese?

“La lingua tonale cinese è già di per sé musicale, in base a come inclini la pronuncia esprimi un concetto diverso. Il cinese ondeggia, in musica loro si servono delle pentatoniche. Nel parlato deve seguire i toni, nella musica deve seguire le note, ecco perché i I cinesi usano moltissimo i sottotitoli, per capirsi (ride). In quel periodo della mia vita volevo viaggiare ma non ne avevo le possibilità e così ho cantato in due lingue diverse la stessa cosa: “voglio viaggiare, voglio amare, voglio vivere”. L’ho portata in giro nei live e ha sempre avuto un felice riscontro, ma non trovavo mai la collocazione giusta. Oggi mi è sembrata perfetta.”

Cantare oggi una canzone in cinese che parla della voglia di viaggiare può sembrare un rischio, una provocazione. 

“Provocare mi è sempre piaciuto. Parlare della Cina quando una pandemia parte da lì può sembrarlo, ma non c’è nulla di politico, c’è più del sociale. Mi piacerebbe che tornassimo ad abbracciare nuove culture senza diffidenza, senza paura. Tickets oggi ha acquisito il senso che volevo darle, quello di non rinunciare alla voglia di partire, di respirare nuovi orizzonti e nuove culture. Dobbiamo avere ancora paura di altri colori? È un messaggio internazionale. La musica è fatta di poesia, autenticità, sentimento e anche studio, progettazione. Le cose nascono come intuizione ma poi vanno studiate bene. È il perfetto caso di Tickets, quell’intuizione andava collocata nel momento giusto, doveva firmare un momento. Mi succede spesso di scrivere qualcosa molto in anticipo rispetto al momento giusto in cui va pubblicata. È compito degli artisti pre-vedere.”

Come ha risposto il pubblico cinese? In quali paesi è arrivato il singolo?

“Hanno iniziato a seguirmi adolescenti cinesi. Sono in contatto con China FM in Italia, poi ho sentito anche una ragazza italiana che vive in Cina che l’ha fatta ascoltare ad amici e colleghi ed è piaciuta molto. È stato bello farli sentire accolti. Sono contenta che una mia canzone si sia caricata di un messaggio umano, soprattutto oggi. Se guardo le statistiche di Spotify, l’età va dai 18 ai 44, dopo la maturità insomma (sorride), e poi gli ascolti vengono dai paesi più disparati: Australia, Colombia, Ecuador, Taiwan, Malesia e mi commuovo. Mi sento vicina a luoghi così lontani, questo mi riempie il cuore. Io credo che il pubblico te lo scegli tu. Questo è il primo singolo che ha raggiunto così tanti paesi nel mondo.”

 

Cosa dice la canzone?

Ticket significa biglietto, ingresso, scontrino, il concetto è quello del “Ticket to ride”. La vita è come un biglietto per una corsa, e questa è la mia. Voglio tatuarmelo sulle gambe, che sono gli arti che mi portano in giro, per il mio viaggio.”

Che significato le dai oggi?

“Ho scritto Tickets perché avevo una gran voglia di andare oltre i miei confini, ma all’epoca potevo viaggiare solo attraverso le immagini e i racconti. Ligabue, il pittore, dipingeva le tigri che aveva visto sui libri, e così io parlavo del viaggio attraverso il racconto degli altri. Volevo esprimere quel desiderio disperato di viaggiare non potendolo fare. Poi c’era anche l’esperimento musicale e linguistico di mezzo. Arrivata l’emergenza sanitaria, mi sono resa conto che questa canzone aveva il potere di parlare oggi più che mai. Da essere un’idea, era diventata una responsabilità. Quella di riabbracciare nuove culture, mettendo a tacere la paura e la xenofobia che questo virus ci ha inculcato.”

Le tue canzoni parlano di viaggi da fermi, ma la musica è disco. Dove ti piacerebbe essere ascoltata?

“Bella domanda. Io ho un piglio blues, ma lo applico ad ambientazioni elettroniche, più fredde. Mi piace il contrasto tra il calore della mia voce e le sonorità nordeuropee. Sono sempre stata una grande amante della cassa in quattro quarti. Sono un tipo nervoso, che ama quella pulsazione, il ritmo ostinato. Mi immagino la mia musica nelle dancefloor, perché mi piace ballare e lo trovo salutare, e mi piace pensare che faccia lo stesso effetto catartico anche sugli altri. Ma la vedo bene anche al tramonto sul mare. Voglio che le persone che mi ascoltano provino l’evasione che provo io quando vado ad un concerto.”

Anche nel singolo Non hai mai visto un porno parli di desideri nascosti e non appagati e di voglia di vivere le proprie passioni in una cameretta. Cos’è per te la cameretta?

“Tutta la musica nasce in una cameretta. L’arte nasce da costrizioni. Non avevo notato questo filo conduttore. Le idee nascono nelle mie quattro mura dove rielaboro quello che ho vissuto fuori. Ho passato tanti anni nelle mie camerette in giro per l’Italia. Ho racchiuso e conservato molto nelle mie stanze, sono piene di foglietti dove scrivo qualunque cosa. Le camerette parlano tanto. Sono il rifugio dove le esperienze esterne vengono ripensate, masticate e digerite. La fase 1 è la cameretta, il palco è la fase 2 della terapia. Ho bisogno di questa duplice tensione tra silenzio e caos.”

Raccontami aneddoti sul video?

“Fa parte della nuova generazione di video. Secondo me un giorno parleremo di “videoclip da lockdown”, e il mio sarà uno tra quelli. Cioè uno di quei video girati con i mezzi di fortuna dalle proprie abitazioni, non potendo fare altrimenti. Ma d’altronde è proprio quello il senso di Tickets: la voglia di esplorare fuori, quando tutto non può che restare dentro. L’ho girato con l’i-phone, ma non voglio svelare troppo, perché uscirà subito dopo la mezzanotte. Sarà un viaggio virtuale.”

Durante il lockdown c’è stata una forte spinta alla creazione. È stato così anche per te?

“Io non ho scritto canzoni.  Perché non avevo orizzonti da guardare. La mia musica nasce nella cameretta, ma dopo che sono uscita, dopo che qualcosa mi ha fatto provare un’emozione, dopo che qualcosa mi ha fatto riflettere, è l’esterno che mi dà stimoli. In un’intervista “da lockdown” Carlo Verdone ha detto che nel ristagno delle sensazioni non sei mosso da nulla. Io non ho creato, ho studiato piuttosto. Mi sono seduta e ho riflettuto. I social da un lato hanno tamponato la solitudine, dall’altro ci hanno invaso quando avevamo bisogno di silenzio. Per ogni cosa la verità sta nel mezzo.”

Merifiore è un’artista contemporanea, in cui convivono le stesse spinte che dipingono il tunnel della svolta epocale che stiamo vivendo: tra la cameretta e il mondo là fuori. Un calore mediterraneo che non vede l’ora di lasciarsi contaminare dai residui di identità culturale che ancora cercano di resistere in un mondo che ci vuole tutti uguali. Questo è il forte messaggio della cantautrice pugliese, che non vede l’ora di comprare il prossimo biglietto e che la sua musica e le sue radici viaggino insieme a lei, quando ritorneremo a ballare tutti insieme senza avere paura.

Federica Muciaccia

 

 

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