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A Siracusa sibilò il giavellotto dei Messapi

Il giavellotto è un tipo d’arma da lancio che ebbe successo nell’antichità a caccia, nelle gare olimpiche e soprattutto in battaglia. I lanciatori di giavellotto facevano parte della fanteria leggera. Impiegati in seconda linea dopo i frombolieri (soldati armati di fionda), gli uomini muniti di giavellotto avevano il compito di saggiare la consistenza dell’avversario in apertura dello scontro. Erano perciò sommariamente equipaggiati. Loro unica arma era questa asta corta e soprattutto leggera (se ne portavano dietro dentro una grossa faretra un piccolo stock da consumare interamente), munita di punta affilatissima che, convenientemente scagliata, poteva superare distanze anche di cento metri. Cioè tutto il contrario della ben più lunga e pesante lancia, l’arma degli opliti, i combattenti che stavano in terza fila e che, vestiti di armatura, muniti di scudo costituivano la fanteria pesante, il nerbo degli eserciti dell’antichità (le loro lance non erano pensate per essere lanciate ma per essere opposte al nemico in modo da formare lo spinoso muro della falange). Dice Tucidide che nel 413 avanti Cristo un numero imprecisato di guerrieri messapi, la popolazione japigia stanziale nel Salento, prese parte alla Guerra del Peloponneso. Il passaggio di questo contingente sotto le insegne di Atene avvenne quando la flotta ateniese, in viaggio verso Siracusa, approdò all’isola di San Pietro, la maggiore delle Cheradi, l’arcipelago che chiude a sud ovest la darsena del Mar Grande di Taranto. Caricati i guerrieri salentini, la flotta proseguì per la destinazione siciliana. La scelta di imbarcare i guerrieri messapi fa credere che gli ateniesi si spettassero di sfidare in campo aperto i Siracusani, in quali invece si lasciarono cingere d’assedio, forse confidando nelle loro mura e nell’arrivo di rinforzi da Sparta. Le mura ressero i rinforzi, guidati da Gilippo, giunsero prima del previsto cogliendo di sorpresa gli ateniesi. All’interno del porto si scatenò la battaglia, con la flotta ateniese chiusa fra il nemico e la terraferma. In quello scontro possiamo immaginare i guerrieri messapi impiegati impropriamente, ovvero intenti a colpire le navi spartane con giavellotti che in punta recavano stoppa accesa. Realizzata l’impossibilità di violare il blocco navale spartano, gli ateniesi tentarono la fuga nell’entroterra. Ma inseguiti dalla cavalleria siracusa vennero annientati. I superstiti furono condannati ai lavori forzati nelle latomie della città siciliana, cave di pietra che si aprivano appena oltre l’abitato. Vi furono richiusi anche i superstiti di quei lanciatori di giavellotto venuti dalle Puglie? Se sì, anch’essi non ritrovarono più la libertà. Fredde d’inverno, torride d’estate, non bastasse l’inumana fatica del lavoro, le latomie diventavano presto sepolcri. Scriveva a tale proposito Cicerone nelle ‘Verrine’ : Non esiste né si può immaginare nulla di così chiuso da ogni parte e sicuro contro ogni tentativo di evasione.

Italo Interesse

 

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