Cultura e Spettacoli

A Torre Guaceto l’ispirazione

E’ noto che Beethoven soffrì di sordità crescente negli ultimi trentun’anni di vita. Fu il suo un caso di labirintite cronica, di otospongiosi, di malattia ossea di Paget  o di avvelenamento da piombo? Non è mai stato possibile appurarlo. Sappiamo solo che la gravissima menomazione non gli impedì di comporre sino agli ultimi mesi di vita. La stessa sorte toccò ad un compositore pugliese. Nato a San Vito dei Normanni il 3 marzo di 142 anni fa, Antonio Pecoraro si mise subito in luce come organista, prima di affermarsi come compositore di musica sacra. La Settimana Santa fu il suo principale motivo d’ispirazione. Le tre ore d’agonia, La via Matris,  la Desolata, Le sette effusioni del Preziosissimo Sangue, i Canti per le Prediche di Passione e ‘Le frottole’ per la Visita ai Sepolcri rappresentano la parte più preziosa di una produzione pressoché sterminata e che si raccoglie in settecento manoscritti per un totale di oltre duemila pagine (custodi di tanto patrimonio sono la figlia Vitalba e il nipote, Prof.  Franco Parisi). Tra le altre opere sacre di colore non pasquale è nota la Messa da requiem. Singolari le circostanze in cui nacque questa composizione. Nel 1915, all’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, quando aveva ben 39 anni, Antonio Pecoraro venne richiamato alle armi e distaccato in qualità di infermiere a Torre Guaceto, dove aveva sede un avamposto armato ; nei pressi della secolare fortificazione sono ancora visibili i basamenti di calcestruzzo su cui poggiavano i pezzi d’artiglieria. Da quel presidio – che mai fece tuonare il cannone, né ricevette colpi – partirono importanti segnalazioni telegrafiche relative al traffico della flotta nemica in alto mare. L’esperienza, che si consumò pertanto in un perenne stato di allerta, segnò quest’uomo già sensibile e in età matura. Risale a tale periodo questa Messa in onore dei primi caduti sanvitesi. Possiamo immaginare un lavoro di partitura particolarmente sofferto, col cuore spezzato dall’eco sollevata a San Vito e dintorni dall’arrivo dei primi luttuosi telegrammi provenienti dal fronte. Un lavoro svolto tra un turno di servizio e l’altro, in assoluta precarietà, vergando note con un mozzicone di matita su uno spartito. Questa capacità di comporre senza bisogno di accompagnarsi alla tastiera segnala in Pecoraro una dote (la stessa di Beethoven) che gli sarebbe tornata provvidenziale molto più avanti. Nel 1945  Pecoraro cominciò a soffrire di sordità precoce e progressiva. Nel 1951 dovette abbandonare ogni incarico (era alle dipendenze del Capitolo come organista). Ugualmente la sua attività di composizione si protrasse sino a qualche giorno prima della morte, avvenuta il 3 luglio 1966.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 3 Marzo 2018

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