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Acque reflue, scarichi e depuratori: pagina nera per Bari

Ha fatto parlare parecchio, tv e giornali locali, la chiusura proprio a ferragosto dell’unica spiaggia cittadina per colpa degli scarichi a mare di una rete fognaria ormai obsoleta e fatiscente. Una pagina ingloriosa in Città, aperta da anni e anni, considerato che è finito sotto sequestro pure il depuratore Bari Ovest, impianto che riceve le acque di alcuni quartieri (Palese, Santo Spirito e San Paolo), ma anche della zona industriale ASI e di alcuni Comuni limitrofi. Il sequestro dell’impianto è avvenuto un paio di anni or sono, come si ricorderà, ad opera della Guardia Costiera su ordine del gip del Tribunale di Bari. Si tratta di uno dei due depuratori a servizio del capoluogo, il cui scarico, dopo il trattamento, finisce in mare attraverso una condotta che percorre il canale derivatore “Lamasinata” e poi tramite una condotta sottomarina direttamente in mare a più di 300 metri dalla linea costiera, in località “Fesca”. Ebbene, da alcuni anni questa porzione di territorio viene utilizzata dai residenti come accesso libero al mare e addirittura qualche anno fa il Comune stesso attrezzò, dopo un ripascimento di sabbie, un’area destinata ai cittadini disabili, per poter dare un minimo di comfort attrezzato anche a chi non può permettersi vacanze su yacht miliardari pagati da imprenditori e affaristi, poi abbandonata per mancanza di finanziamenti specifici. “L’operazione – come risulta dalla nota dell’allora Procuratore Capo (facente funzione) Pasquale Drago – si inserisce nel contesto di una piu’ ampia attività’, delegata dalla stessa Procura della Repubblica alla Capitaneria di Porto di Bari, con l’obiettivo di approfondire la risultanze delle operazioni di telerilevamento eseguite nei mesi scorsi. Rilevamenti che hanno riscontrato, in piu’ tratti costieri, anomalie termiche georeferenziate e rappresentate graficamente, ed individuare, sul territorio di competenza, condotte illecite connesse a scarichi inquinanti e/o fonti di inquinamento marino provenienti anche da impianti di depurazione”. In poche parole si tratta di un’attività di indagine aerea che con apposite apparecchiature che “leggono” le differenze di temperatura lungo la linea costiera, rivelando le aree dove presumibilmente c’è un apporto di liquidi provenienti da altre fonti. I militari della Guardia Costiera, a seguito anche di alcuni sopralluoghi, effettuati anche via mare e dell’acquisizione di referti sulle analisi delle acque di scarico eseguite dall’Arpa Puglia, hanno accertato che vi è stato, nel tempo, lo sversamento in mare di reflui non depurati e maleodoranti, il superamento dei limiti tabellari previsti dalla legge, nonche’ la dispersione non autorizzata in atmosfera delle emissioni maleodoranti derivanti dalla cattiva gestione del ciclo depurativo e dei fanghi prodotti dall’impianto. A Bari, sono in esercizio 2 impianti di trattamento dei reflui urbani, di cui quello Bari Ovest (Viale Europa) tratta anche una parte dei liquami industriali conferiti a mezzo pubblica fognatura raccolti nella zona industriale di Bari-Modugno. Va da sé che il controllo delle caratteristiche volumetriche e qualitative è praticamente nullo per cui a tali impianti può arrivare di tutto ( compresi sversamenti abusivi nei tombini dell’area industriale, soprattutto acque di vegetazione della molitura delle olive). Naturalmente erano stati progettati anche sistemi di trattamento che utilizzando i fanghi di surplus dell’impianto e a mezzo un trattamento “anaerobico” (senza aria) potevano fornire metano per uso energetico. Ma questo metano, dato che è “sporco”, deve essere pulito, e poi bruciato in appositi cogeneratori per la produzione di energia elettrica, risultando quindi un ulteriore aggravio impiantistico-gestionale ed economico>>. Insomma, la progettazione degli impianti baresi è obsoleta, nonostante ripetuti interventi di adeguamento impiantistico. Ma il vero problema è il costo di smaltimento dei fanghi di risulta e anche il costo della clorazione che dovrebbe assicurare la disinfezione del refluo finale. Il depuratore di Bari Est (Japigia lato monte) è un po’ più fortunato, perché riceve solo i reflui urbani delle zone sud della città. Il suo problema è che, quando piove, dato che non esiste una completa divisone con le acque piovane (bianche), l’eccesso di portata (volume dell’acqua) reflui urbani + acque meteoriche, provoca il superamento di un by-pass, per cui l’acqua invece che andare al depuratore arriva direttamente al recapito (condotta a mare nei pressi della spiaggia comunale di Pane e Pomodoro) senza trattamento. L’inquinamento prevalente cosi è subdolo, perché in apparenza l’acqua risulta visivamente accettabile, ma nasconde un grave pericolo di tipo batteriologico, per coliformi fecali, ma anche virus e allergeni vari nonché tutto il resto, compresa la cocaina. Come noto, in Puglia, quindi a Bari, non esistono risorse idriche sufficienti al fabbisogno civile e tutta l’acqua che esce dai nostri rubinetti fa un percorso enorme, prevalentemente dagli invasi della Basilicata e della Campania. Infatti, l’Acquedotto Pugliese, con i sui 4000 km di condotte (ma con il 40% di dispersione “acqua che si perde”) è di gran lunga il più grande d’Europa e forse del mondo. Conclusione? Ripensare a tutto il ciclo dell’acqua con soluzioni di basso impatto ambientale e economicamente sostenibili, superando il concetto di uso dell’acqua pubblica, interrompendo il circuito vizioso che si è creato a causa spesso di scelte e motivazioni socio-politiche, diventa un imperativo categorico per amministratori che da sempre fingono di non vedere e non sentire, su questo versante…

 

Francesco De Martino


Pubblicato il 30 Agosto 2017

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