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Aeroporti di Puglia compra i passeggeri da Ryanair, altro che mercato…

La prima reazione alla notizia dell’inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Bari sui succosissimi finanziamenti pubblici a favore della compagnia Ryanair, è arrivata naturalmente dalla società ‘Aeroporti di Puglia’. Per precisare che le risorse finanziarie finite sotto la lente d’ingrandimento dei magistrati baresi “…non derivano da programmi comunitari e che in ordine alle circostanze che hanno portato nel 2009 alla sottoscrizione del primo accordo con AMS, ha sempre fornito, con ampio spirito di collaborazione, tutte le informazioni richieste”. Anche il contratto sottoscritto tra la società all’epoca di Mimmo Di Paola e il vettore irlandese “…prevedeva una durata complessiva di anni 10 (5 + 5) con una opzione per il rinnovo al termine dei primi cinque anni,  che è stata esercitata nel 2014. Il rinnovo è avvenuto in linea con quanto stabilito dalla normativa nazionale e comunitaria ed è stato comunque supportato da preventivi pareri legali ed amministrativi sulla conformità alle leggi e da un’attività istruttoria ed autorizzativa da parte della Regione Puglia”. Dall’ente pugliese, invece, arriva il plauso per la indagine della Procura di Bari sui 30 milioni di euro di fondi Fesr versati dalla Regione alla Ryanair, passando per le casse degli Aeroporti di Puglia. <>, si vanta subito il vicepresidente del Consiglio Nino Marmo. “Trenta milioni di euro per un banner  pubblicitario su cui i giudici faranno chiarezza, sebbene per ora un pizzico di stupore per una pubblicità costosissima è quantomeno lecito. Ma la Regione, col portafoglio ben aperto, non controlla e non verifica come vengono spesi i soldi da lei trasferiti alle società partecipate. Infatti, la risposta che si apprende dalla stampa è solo che la Giunta non era informata. Bella garanzia per i cittadini! Pare che così abbiano mascherato degli aiuti di Stato, non concessi dalla normativa europea per quanto concerne i fondi comunitari. Adesso –conclude Marmo- tocca alla magistratura, ma a noi va certamente il merito di aver denunciato prontamente una situazione nebulosa, fatta di più operazioni sospette”. In effetti la compagnia irlandese ha insediato due basi operative (Bari con due velivoli residenti, Brindisi con uno) con uno “strano” contratto di 5 anni che prevede come corrispettivo da parte di AdP 12 milioni di euro all’anno per un non meglio definito “Marketing Service Agreement” a cui aggiungere ulteriori contributi in funzione all’incremento dei passeggeri trasportati. Ma, al contrario di quanto puntualizzano dagli uffici aeroportuali baresi, il progetto esecutivo del “Piano di comunicazione per lo sviluppo del turismo incoming” AdP approvato dalla Regione Puglia, è sempre stato altrettanto parco, in quanto a informazioni puntuali e operative. Infatti da AdP scrivevano: “Per raggiungere l’obiettivo è necessario utilizzare metodologie innovative. Concentrare le risorse su un unico mezzo….Identificare un mezzo/canale il più vicino possibile al target identificato. Focalizzare su internet la campagna…”. Si sono investiti, insomma, 12 milioni di euro l’anno molto semplicemente passandoli alla società irlandese Airport Marketing Services, di proprietà della Ryanair, che di mestiere fa semplicemente quello di concessionaria della pubblicità del sito web della compagnia. A scorrere i listini presenti a suo tempo ‘online’, anche volendo comprare tutti i moduli proposti contemporaneamente, difficilmente si arrivano a spendere 12 milioni di euro. Con questa cifra probabilmente si potrebbe acquisire l’intera proprietà del sito.
Ma quello che ancora desta perplessità, è la modalità con la quale questa ingente somma passa mensilmente dalle casse della società barese a quelle della Ams. Fatture con oggetto generico “Marketing Services Dec2011” che fanno transitare all’estero i 12 milioni puliti puliti, senza che neanche un centesimo resti in Italia, visto che l’Iva su fatturazione estera non è prevista. Immense zone d’ombra, insomma, che farebbero saltare sulla sedia anche l’ultimo degli impiegati dell’Agenzia delle Entrate. A leggere il resoconto della relazione di Mimmo Di Paola all’assemblea dei soci in occasione del bilancio 2010, si percepiva già quasi la consapevolezza di essere di fronte ad un nodo gordiano che non avrebbe mai trovato il suo Alessandro Magno risolutore. Di Paola affermava che il mancato reperimento dei fondi da destinare a Ryanair avrebbe comportato: “Per il 2011 la registrazione di una perdita di esercizio superiore a Euro 4.316.667 (per fortuna non è accaduto, ndr.). Per il 2012 e successivi esercizi (causerebbe) l’inevitabilità della risoluzione anticipata del contratto con Ryanair, con elevata probabilità di contenziosi per risarcimento di ingenti danni e pagamento di penali”. La società aeroportuale pugliese, insomma, da un po’ di anni si è ridotta a “comprare” il traffico passeggeri da una compagnia aerea per sopravvivere. Altro che mercato. Questa singolare politica operativa della Ryanair, già nel mirino della Comunità Europea, ha cominciato a trovare contestazioni in varie parti d’Italia. A Bergamo s’è cominciato cinque anni fa ad indagare sull’ipotesi di evasione delle tasse italiane poiché la compagnia contrattualizzava tutti i suoi dipendenti secondo la più favorevole normative irlandesi, anche se di fatto tutto il lavoro viene espletato in Italia. Molte società di gestione aeroportuali iniziano a chiedersi quanto possa risultare redditizia questa dipendenza da un singolo soggetto del mercato che, come abbiamo visto, anche in Puglia è diventata materia per inchieste e forse, richieste di risarcimento e processi…

Francesco De Martino


Pubblicato il 25 Febbraio 2015

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