Al Teatro Petruzzelli il Falstaff di Verdi, sintesi artistica del grande maestro
Regia di Luca Ronconi per la commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito tratto da Shakespeare

«Tutto nel mondo è burla». Questo il finale di un’opera che rappresenta il testamento musicale dal tono tragicomico di Verdi. Falstaff (1893) è l’ultima opera del grande compositore, una commedia lirica in tre atti su libretto di Arrigo Boito, basata su Le allegre comari di Windsor e Enrico IV di Shakespeare. Caratterizzata da uno stile innovativo per l’epoca, rompe con la struttura tradizionale del melodramma, privilegiando un flusso musicale continuo, un ritmo incalzante e una sofisticata orchestrazione. Domani alle 20.30, l’opera andrà in scena al Petruzzelli, per la regia di Luca Ronconi, ripresa da Marina Bianchi.
Sul podio il maestro Vincenzo Milletarì. Maestro del Coro Marco Medved. Le scene sono di Tiziano Santi, i costumi di costumi Tiziano Musetti, il disegno luci di A. J. Weissbard. Lo spettacolo è un allestimento scenico del 2013 della Fondazione Teatro Petruzzelli, in coproduzione con la Fondazione di San Carlo di Napoli e il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Falstaff è un vecchio cavaliere pingue, buontempone, vanaglorioso e scanzonato, che vive di espedienti.
Nonostante la comicità del personaggio, emerge in lui anche una vena di malinconica saggezza. È abbastanza rara una scelta di questo tipo da parte di Verdi, che abbandona la forma chiusa (aria-recitativo) per abbracciare un’ampiezza musicale continua, fatta di tempi rapidi e brillanti, in cui l’orchestra gioca un ruolo paritario e squisitamente ironico rispetto alle voci. La collaborazione con Boito, felicemente iniziata con Otello, stimolò Verdi a misurarsi con un testo ambizioso e complesso. In Falstaff, più ancora che in Otello, Boito fece ogni sforzo per rispettare la fonte letteraria d’origine, più volte ripresa alla lettera, in maniera tale che si sentisse l’aleggiare della profondità dello stesso Shakespeare sulla vicenda.
Magnifico fu il lavoro del Maestro, che tradusse in musica con assoluta pertinenza il senso profondo di ogni parola. Nelle forme chiuse delle sue prime opere, ancora intrise da scampoli di belcantismo, la parola rappresentava più che altro gli affetti, e non era considerata evocatrice di gesti drammatici: se ricordiamo i recitativi del Rigoletto, le lunghe meditazioni del Don Carlo, i dialoghi argomentati dell’Otello, comprendiamo quanto nel Falstaff venga raggiunto il perfetto equilibrio fra suono e verbo, entrambi impegnati a pieno titolo a conseguire il traguardo dell’espressione, traendo l’uno dall’altro quella linfa di vita vera che altrimenti non sarebbe stato possibile cogliere in maniera così emozionante.
Si tratta della seconda e ultima opera buffa di Verdi (dopo Un giorno di regno), un lavoro maturo che mescola il realismo della commedia a momenti quasi fiabeschi. Nell’opera si mescolano dinamiche legate ad intrighi, beffe, gelosia e, soprattutto, all’elogio dell’arguzia femminile, chiudendosi con la famosa fuga finale, che sintetizza la filosofia di un Falstaff che accetta la sconfitta e l’ironia che soggiace all’esistenza, partecipando ad essa. Il Falstaff rappresenta una sorta di sintesi artistica di Verdi, un capolavoro composto da un maestro ottantenne, che guarda al futuro del teatro musicale con un sorriso.
Rossella Cea
Pubblicato il 6 Marzo 2026



