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Allarme carceri, tra pestaggi ed infezioni

Non c’è freno alla catena di aggressioni che anellano una dopo l’altra i poliziotti penitenziari della regione Puglia, ultima in ordine di tempo nel carcere di Bari,con un giovane detenuto di origine ghanese in carcere per reati contro il patrimonio, ha aggredito prima un ispettore(5 giorni di prognosi) eppoi un poliziotto(20 giorni di prognosi) con lamette di rasoio  regolarmente autorizzate ai detenuti per farsi la barba. Le motivazioni che hanno scatenato la furia del giovane ghanese, giunto sul territorio italiano grazie alle navi che fanno da traghetto? Che non poteva essere espulso, come da lui richiesto. Dall’inizio dell’anno sono almeno un centinaio le aggressioni di detenuti stranieri” agli agenti penitenziari nei nostri istituti di pena, da Bari a Lecce, da Taranto a Trani, dove nei giorni scorsi analoga sorte  è toccata a un agente penitenziario rimasto contuso a seguito di un pugno al volto sferrato senza motivo apparente da un detenuto. <<Ormai la vita e la salute di un poliziotto valgono meno dei 1400 euro al mese, meno della paga che prendono alcuni detenuti ristretti nel carcere di Bari, per cui si può subire di tutto, senza che ci sia nessuno dell’amministrazione penitenziaria, della politica, che  si preoccupa di porre fine a  questo fenomeno che purtroppo è presente in tutte le carceri della nazione>>, spiega Filippo Pilagatti, segretario del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria. (Sappe). Un vero ‘massacro silenzioso’, scandisce il sindacalista che non interessa a nessuno, ma che ha cause precise nelle <<inadempienze della regione Puglia che nonostante una legge e tanti protocolli, non si cura dei detenuti con  gravi problemi psichiatrici, lasciandone quasi totalmente la gestione ai poliziotti penitenziari>>. Proprio per questo il Sappe porterà avanti una serie di denunce contro l’ente Regione Puglia con richiesta di risarcimento dei danni per violazione degli accordi stipulati e non rispettati in materia di detenuti con problemi psichiatrici. Stesso discorso per i tanti detenuti stranieri che affollano le carceri pugliesi e nazionali, i quali non avendo nulla da perdere, anche per futili motivi, minacciano e aggrediscono i poliziotti che non li possono toccare nemmeno con un fiore, altrimenti arrivano le associazioni a difesa dei detenuti, spuntate come funghi. Ebbene, se questi detenuti fossero spediti a scontare la pena nei loro paesi d’origine, non costringerebbero lo Stato Italiano a costruire più carceri,  e nel contempo ci sarebbe maggiore sicurezza per tutti, agenti e detenuti. Poi c’è pure un’emergenza sanitaria, di cui nessuno parla. “In carcere siamo ad un allarmante rischio epidemia: due detenuti su tre sono malati, in aumento Hiv e tubercolosi. I dati diffusi al congresso Simspe-Simit, che coinvolge le diverse figure sanitarie che operano all’interno degli istituti penitenziari, sono preoccupanti e mettono a rischio la salute del personale penitenziario”, afferma il segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria Aldo Di Giacomo associandosi all’appello dei medici per un piano straordinario di prevenzione delle malattie infettive che coinvolga il personale in servizio. Il sindacato S.PP., inoltre, si rivolgerà alla Corte Europea di Giustizia che ha già più volte duramente sanzionato lo Stato Italiano per le condizioni di carcerazione perché si occupi dell’aspetto salute (detenuti e personale) e al Ministero di Grazia e Giustizia perché istituisca una “indennità rischio salute” in busta paga del personale penitenziario. Si stima che – riferisce ancora Di Giacomo- gli Hiv positivi siano circa 5mila, mentre intorno ai 6.500 i portatori attivi del virus dell’epatite B. Tra il 25 e il 35% dei detenuti nelle carceri italiane sono affetti da epatite C: si tratta di una forbice compresa tra i 25mila e i 35mila detenuti all’anno. Dal 1° giugno scorso l’Agenzia Italiana del Farmaco ha reso possibile la prescrizione dei nuovi farmaci innovativi eradicanti il virus dell’epatite C a tutte le persone che ne sono affette. Quindi una massa critica di oltre 30mila persone che annualmente passa negli istituti penitenziari italiani, potrebbe usufruire di queste cure ma anche per non contagiare altri nel momento in cui torna in libertà. Risulta poi dai dati ufficiali del Ministero della Giustizia che un terzo della popolazione sia straniera, e, con il collasso di sistemi sanitari esteri, con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale.

Francesco De Martino

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