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Anacoreti baresi, odore di santità

Un po’ in silenzio, cinque anni fa, l’Editrice Medusa dava alle stampe un libro a firma di Isacco Turina, un sociologo bolognese. “I nuovi eremiti. La fuga mundi nell’Italia di oggi” affronta un tema sorprendente : Gli anacoreti, questi laici che scelgono di vivere cristianamente in solitudine e preghiera, stanno tornando. Il solo fatto che il nuovo Codice Canonico (1983) riconosca ufficialmente gli eremiti come “consacrati” se «con voto o con altro vincolo sacro, professano pubblicamente i tre consigli evangelici – povertà, castità, obbedienza – nelle mani del Vescovo diocesano», mentre la stesse figure erano ancora ignorate nel Codice del 1917, segnala un’inversione di tendenza che nessuno si aspettava. Non si pensi però a uomini rinchiusi dentro grotte, appollaiati in cima a una colonna o a uno sperone roccioso. Nel 98% dei casi l’eremita del terzo millennio è un metropolitano. Alle campagne  preferisce i caseggiati popolari dei grandi agglomerati urbani dove la più difficoltosa pratica dell’isolamento veste di grandezza la lotta contro i nuovi demoni. Ma chi è il neo eremita metropolitano, come si svolge la sua giornata? Premesso che nella maggioranza dei casi questi solitari sono tra i cinquanta e i sessant’anni, l’eremita ‘urbano’ non veste alcun saio, vive in povertà che in qualche caso sfiora l’indigenza poiché egli tende a evitare quella ‘dispersione’ che gli verrebbe dallo stare in un qualunque ambiente di lavoro ; ciò però non gli impedisce di dedicarsi tra le mura domestiche ad attività come confezionare rosari e ostie o dipingere icone. Quanto al resto egli vive nel rispetto di una semplice ‘regola’ che egli stesso dispone e che, volendo, sottopone all’approvazione del vescovo ; la regola prevede sempre solitudine, castità, preghiera, lettura spirituale, meditazione, veglia, digiuno, penitenza, rinuncia e silenzio. In altre parole l’eremita dell’era globale si distacca dalla mondanità. Turina calcola che in Italia siano un 1000-1200 tra uomini e donne i nuovi anacoreti. La cifra sollecita una domanda : quanti neo-eremiti possono  ‘nascondersi’ a Bari? Considerando che il capoluogo pugliese è la nona città italiana per popolazione, ci pare ragionevole stimare in una dozzina il numero degli anacoreti nostrani. Troviamo suggestivo immaginare un pugno di donne e uomini distribuiti tra i casermoni di Enziteto o i più fatiscenti fabbricati del quartiere Libertà. Gente che abita ai piani terreni, nei sottoscala, in alloggi malamente (e abusivamente) eretti in cima a un terrazzo. Gente che non ascolta la tv o la radio (non produce suoni), che non apre la porta a chiunque bussi, che forse stende in casa i panni, che esce di rado, che solo pochissimi inquilini di tanto in tanto intravvedono. Persone assolutamente anonime intorno a cui circolano leggende condominiali a base di segreti tenebrosi, follia, malattie deturpanti. Persone guardate, anzi ‘pensate’ con sospetto, se non con timore. Quando invece costoro si applicano solo a salvare l’anima fuggendo una dannosa ‘mondanità’, nell’idea – affatto irragionevole – che sia impossibile redimere anche col miglior esempio un’umanità strutturalmente restia a elevarsi, essendo  affatto curiosa dell’Infinito. Gli eremiti baresi non hanno nome. Come non ne hanno quelli pugliesi. E così pure quelli del passato. Chi sa come si chiamava l’uomo che un giorno lontano ritirandosi a vivere sull’isolotto di San Paolo a Polignano, di fatto ribattezzò lo stesso  ‘Isola dell’Eremita’. Altrettanto ignoto resta il nome dell’asceta che un altro giorno arrampicandosi per sempre in vetta alla maggiore altura dell’isola di San Domino, dell’arcipelago delle Tremiti, giustificò che questo rilievo di poco più di cento metri prendesse il nome di Colle dell’Eremita.

Italo Interesse

 

 

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