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Angelo, baffetto irriverente

Conobbi Angelo Ruggiero nel 2001, in occasione di ‘Dedicato a Piero Ciampi’ – musica, canzoni, poesie’, uno spettacolo a cura di Francesco De Martino andato in scena all’interno di un Laboratorio Urbano nella Città Vecchia. Nella circostanza ero  voce recitante, mentre alla musica c’erano lui e Daniele Di Maglie. Dei due conoscevo solo il secondo. Non conoscevo Angelo nemmeno come cantautore. Nell’attesa di andare in scena lo osservavo. La tensione, crescente, che lo divorava aveva un colore tenero, intimo. Benché poche, le parole scambiate fra noi dietro le quinte erano bastate a farmi un’idea del personaggio: un uomo sensibile schivo, la cui quieta cordialità recava l’ombra d’una malinconia serena. L’idea si rafforzò nel corso dello spettacolo : La chitarra stretta fra le dita, Angelo tremava impercettibilmente nell’imminenza del proprio turno. Temevo s’inceppasse. Al contrario, messo assieme il primo accordo, quelle dita contratte si sciolsero in una carezza sulle corde.  Ruggiero non era un virtuoso della chitarra, come non era un funambolo della voce. Poeta, gli bastava il dono di una parola calda, profonda, che non si compiaceva. Semplicemente, Angelo Ruggiero slacciava il cuore e le sue canzoni centravano il bersaglio. Mi sentii centrato anch’io quando nel 2005 gli recensii il suo secondo e purtroppo ultimo disco, ‘L’amore che non si può dire’. Ci ritrovammo nel 2012, colleghi in un Istituto Scolastico del Capoluogo che non mette conto nominare. Sulla carta insegnanti, di fatto eravamo fanti da trincea esposti alle intemperanze di scolaresche barbariche ed intoccabili. Un senso irresistibile di cameratismo cementò il nostro rapporto. Quando possibile, stavamo sempre assieme. Si passavano le ore di buco o di disposizione argomentando di cinema e musica. Quasi mai della sua musica. Angelo ne parlava mal volentieri. Volendo, avrebbe potuto mettere a tacere non pochi travet da cattedra i quali, ammalati di protagonismo, non perdevano occasione per cianciare di sé e delle scempiaggini extrascolastiche che li vedevano miseri protagonisti. Non lo fece mai, non ne aveva bisogno. Umile e sereno, Angelo era invulnerabile. Anche il non essere diventato un cantautore di successo non lo feriva. Gli stava bene lo stesso. Un filosofo a modo suo. Con insistenza gli domandavo del suo terzo disco. Rispondeva vagamente, forse già percepiva che non sarebbe riuscito a pubblicarlo. Poi arrivò la fine delle attività didattiche e l’uno perse le tracce dell’altro. Io chiesi e ottenni il trasferimento, lui non ricordo. La notizia della sua scomparsa mi procurò qualcosa come il bruciore che mettono le ferite da taglio. Mi tornò in mente il suo modo inconfondibile di sorridere a labbra serrate in una piega storta che dava di buono. E quel suo baffetto irriverente.

Italo Interesse

 

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