Cultura e Spettacoli

Applauso e cronometro

Non si è ancora spenta l’eco (mediatica) del lunghissimo applauso che la platea del Teatro Bunka Kaikan di Tokyo ha tributato alla prima tappa della tournée nipponica de ‘Il trovatore’, una produzione Fondazione Petruzzelli. Qualcuno si è preso la briga di cronometrare la lunghezza dell’applauso : tredici minuti… Una bella soddisfazione, certo, però pure una bella fatica, dopo oltre due ore di lavoro, sorridere e inchinarsi, sorridere e inchinarsi per 780 secondi sotto un diluvio di flash e di fiori lanciati in platea. Un record? Ma quale record, direbbero i melomani più incalliti. Quello, il record, spetta a Pavarotti : Un’ora e sette minuti! Chiacchiere, controbatterebbero i fans di Placido Domingo. Il record appartiene al tenore spagnolo con un’ora e venti minuti. Sull’esattezza dei numeri sono tutti d’accordo, è sul ‘contorno’ di questi record che gli opposti schieramenti divergono. Perché il 24 febbraio 1988 Pavarotti, impegnato nell’Elisir d’amore alla Deutsche Oper di Berlino fu richiamato sul palco 165 volte, mentre Domingo, impegnato nell’Otello alla Staatsoper  di Vienna il 30 luglio 1991, fu chiamato in scena ‘solo’ 101 volte… Ancora oggi i fans di Pavarotti accusano quelli di Domingo di aver pianificato il record del tenore iberico arrivando a battere con i piedi quando le mani erano diventati doloranti. Di contro, questi ultimi si difendono dall’accusa di slealtà rimarcando che, volendo, Domingo avrebbe anche potuto battere il record di chiamate in scene e che invece non volle batterlo per rispetto verso il collega-rivale… Cosa c’è dietro così esasperate forme di entusiasmo, è lecito parlare di fanatismo? Comunemente si vuole che queste espressioni esasperate del sentimento appartengano solo alle moltitudini che affollano gli stadi in occasione del calcio e dei grandi appuntamenti del rock. Ma davvero i signori  assiepati in loggione sono migliori degli ultras del Napoli o dei fans degli Iron Maiden? Insopportabilmente faziosi, i loggionisti hanno sulla coscienza il fallimento di molte ‘prime’. Oppositivi per partito preso, elitari e intransigenti, i loggionisti pretendono d’essere melomani, invece non sanno né di bel canto, né di direzione orchestrale, non di meno salgono in cattedra e fanno il bello e il cattivo tempo (e i mezzi d’informazione, invece d’ignorarli, si dilungano nel raccontarne le  intemperanze). Il mondo della lirica andrebbe tenuto al sicuro da queste frange. Si cominci a farlo ricostruendo intorno all’opera un clima culturalmente sano. Un clima, per esempio, dove non abbia senso dare notizia dei chili in fiori piovuti in palcoscenico, dei decibel toccati al colmo dell’ovazione, dalla quantità di kilowatt consumata in flash… e della durata di un applauso.

Italo Interesse


Pubblicato il 28 Giugno 2018

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