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Armando Perotti e lingua madre, croce e delizia

Il 24 giugno del 1824, a Cassano delle Murge, si spegneva Armando Perotti, insigne scrittore, poeta e giornalista. Era nato a Bari 59 anni prima. Attento studioso della tradizione popolare, Perotti non poteva non occuparsi anche di dialetto. A tale proposito, in un articolo pubblicato sul Corriere delle Puglie del 14 luglio 1907 (poi confluito insieme a molti altri articoli nella sua opera più nota ‘Bari dei nostri nonni’) Perotti ebbe ad esprimersi in questi termini : “Chi predica la prossima sparizione dei dialetti, invocando il giorno felice in cui tutti gli italiani parleranno come insegna la Crusca, è un illuso, per non dir peggio, che crede alle generalizzazioni e non sa che la forza della vita sta nella individualizzazione… Il dialetto è l’espressione naturale, non artificiale, delle particolari attitudini fisiche e morali d’un popolo; esso emana dalle più profonde e salde radici della vita, ed è quello che è, perché non poteva essere altrimenti”. Chi più di cento anni fa predicava la sparizione dei dialetti? Certamente chi si era lasciato abbacinare dall’idea che l’allora giovanissimo Regno d’Italia con lo stesso colpo di mano con cui aveva abbattuto confini secolari avrebbe anche cancellato retaggi storici, sociali e culturali. Ma per livellare genti diversissime (si pensi all’abisso fra pugliesi e piemontesi all’indomani dell’Unità) serve spogliarle della propria identità, il che equivale a strappare di bocca la lingua madre e innestarvi una lingua di ‘regime’. Impresa in cui naufragarono sia l’Italia sabauda che quella in camicia nera. I dialetti sono così sopravvissuti. Da qualche parte, Perotti sarà contento d’aver visto giusto. Non sarà contento invece di realizzare l’involuzione a cui i dialetti sono andati incontro, a cominciare dal nostro. Ciò, non tanto per la prevedibile inflazione di parole nuove e il parallelo declino di espressioni e termini legati ad un passato irrecuperabile, quanto per il colore barbaro di cui il nostro dialetto si va impregnando. Se Bari s’imbarbarisce, perché dovrebbe ingentilirsene l’idioma? Quel poco di musicalità che il barese di ieri conservava, attesa la natura comunque aspra della nostra parola, è svaporata in una dizione grossolana e sguaiata, corredata da una gestualità diversa, spiccia e ruvida, nemica di quello spontaneo senso del teatro che è nella natura di qualunque dialetto. Si vadano a rileggere le poesie di un De Fano. Nella Bari di oggi esse suonano straniere, per via di quel tocco elegante, un po’ sussurrato, premuroso e pieno d’affetto. La lingua del nobile popolo barese  sparisce giorno dopo giorno, fagocitata senza rimedio da quella di una plebe imperdonabile.

Italo Interesse

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