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Attraversare la strada… Occhio!

Aumenta anche nel capoluogo pugliese il numero di bici elettriche, monopattini di nuova generazione, carrozzine motorizzate… Sicché attraversare la strada, persino sulle strisce, ora richiede ulteriore prudenza. Inevitabile che gli anziani brontolino di una Bari (Nuova) ben lontana da quella di oggi, una città ‘a misura d’uomo’, una città in cui passeggiare era un piacere e l’attraversamento delle strade non costituiva atto d’audacia. Ma davvero la Bari dei nonni era questo paradiso? Figurarsi allora quella di bisnonni ed avi… Per capire come stavano le cose, consideriamo le fonti iconografiche. Per prudenza, a stampe e dipinti preferiremo le testimonianze fotografiche. Il che significa retrocedere a non oltre la prima metà dell’Ottocento. Tuttavia, attenzione, le foto di fine Ottocento erano solo parzialmente veritiere. Per permettere all’obiettivo di catturare quanta più luce fosse possibile, queste foto venivano scattate alla controra, quando il riposo pomeridiano era culto collettivo e per strada non girava nessuno. Il fatto che i palazzi non superassero i tre piani, faceva sembrare le vie particolarmente soleggiate e più larghe di quel che fossero. La quale sensazione era acuita dal numero limitatissimo di pedoni e di mezzi posteggiati o in circolazione. Questi scatti, poi, erano sottoposti a ritocchi, perché il piano stradale si presentasse uniforme, privo di irregolarità o rifiuti. Il che corroborava l’idea d’un centro urbano lindo come oggi non si potrebbe immaginare. In definitiva, come poteva tutto ciò non infondere un senso di sicurezza? E invece anche nella Bari umbertina era rischioso attraversare la strada, tanto più che i passaggi zebrati erano inesistenti. Dei mezzi in circolazione i più veloci erano le carrozze. La velocità media di un calesse, di una berlina o di un landau andava dai 7 ai 12 chilometri orari a seconda che il tiro fosse a uno o a due. Tali velocità potevano salire anche a quindici se il cocchiere lavorava di frusta e addirittura superare i venti se l’animale s’imbizzarriva. Sono numeri che fanno sorridere oggi, ma che, rapportati ai tempi, costituivano un bel problema. L’unico vero freno della carrozza era costituito dal suo stesso ‘motore’, l’animale. Se il cavallo era ben addestrato, gli bastava un comando vocale per passare dal trotto al ‘passo’. In caso di maggiore necessità, il comando vocale era accompagnato da una stretta al ‘morso’ : al che la bestia affiancava, puntandoli in avanti, gli zoccoli anteriori e l’attrito faceva il resto. In caso d’emergenza restava il palliativo del freno di stazionamento della vettura. In conclusione, quando era in arrivo una carrozza, chi attraversava la strada faceva bene a prestare altrettanta attenzione che il pedone di oggi (il quale talvolta si ‘diverte’, lontano dai passaggi zebrati, a sfidare gli automobilisti). Prudenza dettata anche dal fatto che i cocchieri non erano affatto galantuomini. Rozzi, prepotenti e spesso ‘bevuti’, di norma costoro pretendevano la precedenza dai pedoni. Non erano perciò rari i casi di investimenti, alcuni dei quali mortali. Da questo punto di vista la situazione a Bari non doveva essere rosea se nell’edizione del 5 ottobre 1871 il periodico barese Il Cittadino così esordiva in una nota di cronaca : “Non ancora si può vedere messo un freno ai conduttori di veicoli i quali scorrazzano liberamente e spesso a rompicollo senza curarsi punto dei pedoni”.

Italo Interesse

 

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