Cultura e Spettacoli

Attraverso la rivisitazione del mito, Piovani insegna ai ragazzi ad affrontare il Minotauro con leggerezza

Il labirinto di Creta in scena al Petruzzelli

Numerosi sono nella storia gli esempi di ripresa e reinterpretazione della figura del Minotauro, personaggio della mitologia greca che aveva le fattezze di un toro antropomorfo. Questa bestia aberrante e deforme, nelle interpretazioni novecentesche che riprendono il mito, ha rappresentato spesso il punto di partenza di riflessione di vari letterati e uomini di cultura come Borges, Dürrenmatt, Joyce, Svevo, che si sono identificati nell’idea del male di cui era portatore, ma anche riscoprendone, di pari passo con le scoperte di Freud nell’ambito della psicologia, un’ambiguità piena di senso e risorse da cui attingere. Più immediata invece, come spiegano gli autori, e legata al senso genuino della favola, l’interpretazione dell’opera di Nicola Piovani e Paola Ponti Il labirinto di Creta, opera per ragazzi commissionata dalla fondazione Petruzzelli, andata in scena in prima lo scorso giovedì, con grande riscontro di pubblico, e che verrà replicata fino a martedì 22 maggio. “Una volta, tornando a lavorare a Cinecittà dopo un pranzo con Fellini, lui mi chiese di andare a mettere un po’ di vento a un film che aveva i piedi di piombo ’’, aveva dichiarato Piovani in un’intervista di qualche anno fa. Ed è proprio quello che sembra aver fatto il noto compositore anche in questa particolare occasione: regalare una sorta di brio musicale che vestisse di luce nuova e raccontasse una storia dalle tradizioni antiche, ma sempre attuali nei suoi messaggi e nelle riflessioni che generano. Interessante anche il ricorso a generi musicali molto simili al rap, utilissimi per coinvolgere di più i  giovani ed avvicinarli ad un genere che potrebbe sembrare lontano o troppo antico per i loro gusti. Una sorta di geniale rap a suon di tromba, piuttosto unico nella sua evoluzione. La scena si apre su due figure clownesche, Don Cosimo e Papèla, simili a comici di varietà, che raccontano la favola liberamente ispirata al labirinto di Creta, luogo mitico nel quale si entra ma non si riesce ad uscire, perché ci si perde al suo interno non ritrovando più la via del ritorno. In questo luogo è rinchiuso il terribile minotauro, un essere mostruoso che si nutre di bambini. Un giorno però Teseo, figlio di Egeo, re di Atene, decide di sfidare il mostro per mettere fine all’orribile usanza di sacrificare bambini di cui lui si nutre, e si imbarca per Creta. Giunto a destinazione, si innamora di Arianna, figlia del re Minosse, e le racconta del suo progetto. Anche la ragazza si innamora di lui, e decide di aiutarlo pensando ad una soluzione che gli salvi la vita: regalargli un grosso gomitolo di lana da portare con sé e da srotolare lungo il cammino, in maniera da ritrovare poi, dopo aver ucciso il mostro, l’uscita nel labirinto e salvarsi. Grazie alla finta lusinga (forse l’unico momento dell’opera in cui occorrerebbe un’analisi critica più accurata, perché volutamente o no, rappresenta uno degli aspetti più moderni di tutta la vicenda), Teseo riesce in qualche modo a buggerare il mostro e poi ad ucciderlo, tornando così dalla sua amata e festeggiando in musica il lieto fine della vicenda. Particolarmente interessanti le scene e il disegno luci di Angelo Linzalata, che ha ideato una sorta di macchina/scultura scenica a forma di testa di minotauro, con due occhi luminosi che spiccano nel buio intimo del teatro, e delle vere e proprie braccia mosse sul palcoscenico. Per realizzare questa struttura si è fatto ricorso a tecniche tradizionali, ruote, tralicci e tessuto, tutti elementi da sempre utilizzati in teatro, ma che creano un grande gioco d’effetto, trasformandosi in un enorme inquietante muso con le corna. Ad introdurre agli spettatori la prima di giovedì sera sul palcoscenico il giornalista Pietrangelo Buttafuoco. Il suo un invito intimo ad esplorare il senso della natura del Minotauro, che ci mostra i nostri lati oscuri: ognuno di noi ha il  proprio Minotauro, una sorta di elemento perturbante che appartiene alla nostra personalità e contro cui spesso si cerca di combattere, nell’eterna lotta e separazione tra male bene che la nostra tradizione occidentale ci ha insegnato a seguire. Ognuno di noi dovrebbe conservare, anche in età adulta, quella sorta di genuino ’ragazzinismo’, come lo ha definito Piovani, che ci appartiene, quell’entusiasmo giovanile rappresentato da Teseo. Assumendo i contorni delicati di una favola l’autore riprende insegnamenti antichi e li sussurra ai giovani di oggi attraverso la sua particolare poetica: i mostri vanno affrontati con leggerezza e con un pizzico di ironia, con quella gioia di vivere legata alla volontà di volgere comunque al bene, che da sempre ha salvato e salverà il mondo.

Rossella Cea


Pubblicato il 18 Maggio 2024

Articoli Correlati

Pulsante per tornare all'inizio