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Bari d’(a)Mare, una mostra fotografica per riscoprire il valore della nostra bellezza

Eviterò Il solito ricorso alla banalità forse troppo abusata della frase “La bellezza salverà il mondo”, preferendo piuttosto riferirmi a quel senso di incantevole e incantato candore di cui ci parlò Tolstoj (come tanti altri) che l’animo è capace di riscoprire proprio nei momenti di inquietudine esistenziale. Lo stesso che uno spettatore percepisce osservando le immagini di una Bari ritratta nelle sue atmosfere più ovattate e silenziose. Squarci e momenti di una città complessa ma nel contempo semplicissima da raccontare, fatta di Storia, mare e cielo terso, di cui gli artisti in questione riescono a far riemergere una sopita bellezza, quella che durante il periodo del lockdown era in qualche modo stata nascosta e offuscata dall’esagerata attenzione a problematiche più pressanti, in una sorta di armonica riconciliazione con il mondo e con la propria terra. Un invito a un modo di guardare più sereno alla ricchezza che ci circonda e che, nonostante tutto, resta in ogni caso parte imprescindibile del nostro immenso patrimonio culturale. Tutto questo nella mostra fotografica Bari d’(a)Mare, presso la sede di Banca Generali Private, curata dal private banker Francesco Notaro, promotore di numerose iniziative culturali di notevole spessore in questo periodo. “Ritengo sia importante e doveroso in questo nostro momento storico così difficile dare spazio nella nostra sede allo scambio costruttivo tra artisti di varie discipline e nazionalità. Un percorso che si sta felicemente concretizzando in eventi di successo.”

Me la racconta Piero Meli, presidente dell’associazione WeAreInBari, che espone le sue fotografie insieme ad Alessandro Bavaro e Antonella Candeloro.

Quali sono le caratteristiche che accomunano il vostro modo di esprimervi in queste fotografie?

“Sono foto che ritraggono quasi esclusivamente la nostra Bari, scattate durante la pandemia, anche se non hanno un legame diretto con essa, se non per il fatto di avere accentuato una certa dimensione intimistica e di riflessione che scaturiva anche dal momento drammatico e fatto di restrizioni che stavamo vivendo.”

Cosa vi ha portato a cogliere questa particolare dimensione crepuscolare sui generis? 

“Abbiamo scattato le nostre foto in alcuni momenti chiave: all’inizio e alla fine della giornata, quasi a voler ricercare quel momento di tranquillità che durante quel periodo vacillava e che ci impediva di accorgerci della bellezza che avevamo intorno, in questo caso della nostra città.”

Qual è il filo conduttore che accomuna queste opere fotografiche?

“Credo che tutte queste foto siano accomunate da una dimensione di desiderio di riconciliazione. Personalmente ho ritratto Bari in una dimensione più ovattata rispetto a quella caotica a cui siamo spesso abituati. Nella dimensione cupa che abbiamo vissuto durante la pandemia, il momento dell’alba o del tramonto rappresentavano quella via di fuga. Quell’attimo di pace e serenità che ci permetteva di riflettere e guardare di nuovo con occhi sereni ai luoghi che amiamo della nostra città, con i suoi meravigliosi colori e la sua inalterata magia.”

Quali sono le caratteristiche della tua poetica?

“Nelle mie fotografie cerco di raggiungere completezza anche associandole spesso a testi scritti, in modo da poter ampliare il senso del messaggio visivo. Mi piace ricercare il particolare che possa darmi il senso del tutto. Quel senso di forte intimità con il paesaggio, con le nostre radici e il nostro territorio, a cui è indispensabile fare appello proprio nei momenti di maggiore crisi, momenti da cui attingere la forza per andare avanti. La nostra città in particolare e il mondo che ci circonda possono offrirci spunti di serenità e di gioia, senza pensare necessariamente sempre e soltanto ai morti, alla situazione degli ospedali o ad un futuro catastrofico.”

Rossella Cea

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