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Bari mantiene la “forma urbis” dell’aquila fascista nell’era democratica e repubblicana

Nel recente volume "Antichi borghi di città" spiegata l'iconografia del territorio voluta come simbolo dal regime dittatoriale, ma che ora viene difesa da forze politiche che a parole si dichiarano antifasciste

Forse non tutti sanno che la “forma urbis” della territorialità comunale di Bari è quella di un’aquila imperiale, ovvero del “rapace” che notoriamente è stato anche il simbolo del fascismo trionfante, poiché l’aquila – come si ricorderà – era il fregio che dominava sul cappello dei gerarchi mussoliniani.

A ricordare che la “forma urbis” del capoluogo pugliese nel 1928 fu disegnata per glorificare il rapace simbolo dell’impero mussoliniano e, quindi, dell’era dittatoriale è un volume pubblicato nella sua prima edizione a gennaio 2026 dal titolo: “Antichi borghi di città” e sottotitolo: “ Indagine nei centri storici delle periferie” (editore Magenes), di cui è autore un giornalista milanese esperto del tema, Roberto Schena, che ha ricostruito la storia di molte città beneficiate da aggregazioni di altri Comuni soppressi d’autorità dal fascismo e, quindi, senza consenso dei cittadini, se non addirittura con questi ultimi ostili, tra quali figura anche la città di Bari.

Nel recente libro di Schena viene ricostruita la topografia storica del territorio di alcune grandi città (Milano, Napoli, Genova, Venezia, L’Aquila, Bari, Reggio Calabria) che furono “violentate” dal fascismo, per rispondere soprattutto ad esigenze industriali. Però, se a Genova e Venezia – per esempio – l’obiettivo delle aggregazioni mussoliniane mirava alla realizzazione dei rispettivi nuovi porti, nel caso di Bari le annessioni di Carbonara, Ceglie del Campo e Loseto, da una parte, e la sottrazione delle marine al Comune di Modugno (Palese), di Bitonto (Santo Spirito), di Triggiano (San Giorgio) e Noicattaro (Torre a Mare) dall’altra, avvennero quasi esclusivamente per un fattore di carattere iconografico, che doveva assumere una forte valenza simbolica e ideologica.

Ovvero dare al capoluogo pugliese la forma di un’aquila imperiale, a simbolo del fascismo trionfante. Ecco il punto chiave per Bari di quell’operazione territoriale di “taglia e cuci” e delle sue conseguenze identitarie. Infatti, la storia del capoluogo pugliese nella prima metà del XX secolo è dunque del tutto peculiare e il capitolo dedicato a Bari da Schena descrive giusto l’inconsueto esperimento di “geometria politica”, che fu portato a compimento da Araldo Di Crollalanza tra il 1928 ed il 1932.

Difatti la genesi dell’aquila “levantina” fu guidata dal noto alto gerarca barese proveniente da un’antica famiglia nobile del nord, ma con interessi e proprietà in Puglia e che sicuramente era una personalità dotata di grande capacità di coordinamento e organizzazione, ma era anche un altrettanto deciso antidemocratico personalità autoritaria e verosimilmente poco incline ad apprezzare la democrazia. Infatti, Araldo aveva guidato nel 1922 gli squadristi pugliesi durante la marcia su Roma e per questa ragione nel 1923 era divenuto console generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, ossia le famigerate camicie nere. Ma, stranamente, le cronache che parlano dei dettagli della sua vita come caporione fascista sono difficilmente trovabili, mentre prevalgono gli elogi e i pubblici riconoscimenti.

Di Crollalanza, come podestà di Bari dal 1926 al 1928, impose l’idea, subito accolta da Mussolini, di dare alla città la forma di un’aquila imperiale, simbolo del fascismo. Quindi, la manipolazione dei confini cittadini non rispondeva a nessuna logica di efficienza amministrativa o continuità urbana, ma a una volontà puramente celebrativa, sottraendo però risorse ai Comuni vicini. Infatti, le “Ali” dell’aquila furono create sottraendo le spiagge ai Comuni limitrofi. Modugno perse Palese, Bitonto perse Santo Spirito, Triggiano perse San Giorgio e Noicattaro perse Torre a Mare.

E questo modo di procedere privò Comuni millenari dalla gestione del loro sbocco economico e naturale sul mare, provocando un serio danno erariale a tali storiche realtà. Mentre la “Coda” dell’aquila fascista venne formata dall’annessione forzosa alla Città di Bari dei Comuni di Carbonara, Ceglie del Campo e Loseto. Tutte realtà, queste, che oggi costituiscono un’estesa periferia barese che, in diversi casi, come Palese e Santo Spirito, ma anche Carbonara, Ceglie e Loseto, sono divenute realtà spesso trascurate e degradate. La “Testa” e il “Corpo” dell’aquila imperiale sono il nucleo storico e il borgo murattiano, con il molo del porto a forma di testa e becco.

Con un’epurazione, invece, fu sacrifica la frazione barese di Canneto, ceduta e fusa con Montrone, dando vita al Comune di Adelfia, poiché Canneto “sformava” la sagoma dell’aquila verso sud. Peccato, però, che ancora oggi Canneto e Montrone, benché dal 1934 siano un unico Comune, in realtà siano rimaste due cittadine ancora diverse e distinte. Ma come realtà tuttora diverse e distinte da Bari sono rimaste anche Palese e Santo Spirito, da un lato, e Carbonara-Ceglie e Loseto dall’altra.

Il passaggio più umano e sociologico del capitolo barese contenuto in “Antichi borghi di città” riguarda proprio la resistenza culturale di tali annessioni, ora identificate rispettivamente in due distinti Municipi (5 e 4) di decentramento amministrativo cittadino. Ma vediamo i diversi campi. Carbonara rivendica il culto secolare del suo patrono, “San Michele” e vive come indigesta l’imposizione di “San Nicola”. Mentre Ceglie (l’antica Caelia) possiede un patrimonio sotterraneo (necropoli peucete), che spesso supera per importanza storica quello della Bari “centrale”, ma che giace in gran parte dimenticato o depredato, o addirittura non valorizzato e sconosciuto ai più.

La Settimana Santa è il momento più importante di Ceglie che, con i suoi 58 “Misteri” montati su altrettanti semoventi, si presenta tuttora con le proprie caparbie tradizioni. Ceglie così dimostra di essere una sorta di organismo-paese autonomo che ancor’oggi reclama il suo spazio sulla pubblica strada, teatro della fede con cui Ceglie rifiuta, con un pizzico di orgoglio, l’etichetta di “periferia barese”.

Invece, le consistenti espansioni edilizie “a macchia di leopardo” hanno comunque portato nell’odierna periferia barese alla congiunzione delle ex frazioni di Palese e di Santo Spirito, distanti rispettivamente 12 e 14 km da Bari, in una vera e propria conurbazione unica, una città a sé stante ancora sottoposta ad una gestione amministrativa barese da sempre assai insoddisfacente.

Infatti, le due ex frazioni a nord di Bari, con una popolazione complessiva di circa 35.000 abitanti, aspirano da tempo a vita propria, staccandosi da Bari. Aspirano a diventare il 9° Comune autonomo nella graduatoria degli odierni 41 Comuni della “Città metropolitana” barese ed il 23° dei 267 della Puglia poiché, nonostante un secolo di annessione, l’integrazione con Bari è fallita, perché basata sulla sottomissione e non su una fusione consensuale.

Infatti, anche a Palese e Santo Spirito l’identità territoriale resta ancora moto forte, con le loro rispettive secolari tradizioni culturali e religiose ed il sentimento di distacco amministrativo da Bari è prevalete nei residenti, tanto che ad un referendum consultivo della Regione la risposta al “Sì” al distacco fu del 79,8% di coloro che si recarono alle urne.

Difatti, nel libro di Schena è analizzato e ben rappresentato il fatto che ovunque siano avvenute, le aggregazioni territoriali realizzate dal fascismo in modo autoritario, spesso contro il parere dei sindaci e delle giunte comunali, hanno innescato una serie di grandi problematiche sui territori interessati, che tutt’ora permangono. Infatti, “Antichi borghi di città” narra le vicende di una cinquantina di periferie italiane, tutte nate da ex Comuni o frazioni di altri Comuni aggregati alle grandi città, ma tutte tali realtà oggi presentano pesanti problemi di degrado, pur essendo potenzialmente anche espressioni di grandi bellezze e risorse finanziarie proprie.

Il volume di Schena riporta come sottotitolo “Indagine nei centri storici delle periferie”, condotta a un secolo esatto dalle loro aggregazioni. Un’opera che può essere considerata una effettiva e realistica ricerca per strada dell’identità dei luoghi, in grado di trasformare la passeggiata in osservazione della modernità, arte e racconto. Sono descritte in particolare tutte le periferie di Bari, Napoli, Reggio Calabria, Milano, Genova, Venezia e L’Aquila, ma finora ignorate dalle accademie. Un lavoro che non ha precedenti e che potrebbe essere preso seriamente in considerazione dalle rispettive Regioni di appartenenza, competenti in materia di autonomie locali per legge, per eventuali, possibili e forse anche doverosi riassetti territoriali.

Giuseppe Palella


Pubblicato il 8 Aprile 2026

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