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Bastiano, ‘sgagliozzaro’ umile

Cibo dei poveri, la sgagliozza è stata elevata al rango di prodotto tipico. Manca solo un marchio come si vorrebbe per la focaccia e il gioco è fatto, comune polenta fritta assurge al rango di cibo doc. A tutto vantaggio degli impuniti che a prezzo immorale, in condizioni igieniche precarie e in barba ad ogni disposizione di ordine fiscale producono e vendono sgagliozze per strada. Possono farlo in mezzo all’indifferenza dell’Autorità e col sostegno di un orientamento pseudo culturale che nelle palese sciatteria (e malizia) degli sgagliozzari dell’era globale vuole vedere un’espressione folclorica. Sicché i radical chic si dividono : Il più bravo è Tizio! No, il più bravo è Caio!… E gente comunissima coglie il destro per sentirsi qualcuno, gongola nel vedersi cercata, incassa e giura sui figli che quelle sgagliozze sono regalate. Si è giunti al punto da dedicare canzoni a personaggi siffatti (“Finella”, cantata da Antonella Genga ; sta in ‘Terra arsa’ di Radicanto). Sono distanti anni luce i giorni in cui a smerciare sgagliozze era rimedio per sbarcare il lunario, ovvero attività rivolta ad una clientela povera, perciò senza fumi. I tempi, cioè, di un certo Bastiano. A parlare di costui è il compianto Mario Piergiovanni in ‘Bari, sole & cerase’, delicata antologia vernacolare che tra versi e quadretti omaggia la baresità,  edita il mese scorso da Terrae. Bastiano lavorava in un sottano di via Torretta nella città vecchia più piccolo di quelli dei ciabattini “che scelgono i pertugi più piccoli, come i granchi” ; un buco così basso e stretto che quando entrava lui una gatta che lì passava la notte era costretta ad uscire. “Preciso e rigoroso come un sagrestano” (la trasposizione in italiano riteniamo appartenga all’Autore), “preciso come un orefice”, Bastiano versava olio dentro una padella “con due dita di grasso nero tutti’intorno”. Accesa la carbonella su una latta di vernice usata a mo’ di braciere, alimentava il fuoco usando un ventaglio ricavato da un barattolo di anguille di Comacchio e da un manico di scopa. “Fino a quando il fumo… non usciva dal sottano e l’aria non si schiariva, Bastiano non lo si distingueva”. Quando l’olio diventava bollente, l’uomo da una teglia di fornaio piena di polenta tagliata a quadrotti, tutti di una misura, prendeva le sgagliozze “gialle come l’oro” e le immergeva ; quelle cominciavano a scoppiettare “come le seppie” a causa dell’acqua che cadeva dentro assieme alla polenta. Poi con una forchetta, “amorevolmente”, le voltava, le sistemava, ne controllava la cottura a naso. “Le poteva ritirare anche ad occhi chiusi tanto era abituato all’odore delle sgagliozze fritte al punto giusto”. Una volta tolte dalla padella le stendeva sulla carta gialla da formaggio o quella blu da mezzi ziti, le condiva col sale e le metteva in vendita. La sua clientela era composta, di buon mattino, da bambini della vicina Elementare e, più tardi, da “qualche ragazza che andava a fare il bucato alla fontana”. Bastiano non c’è più –  questo, Piergiovanni lo scriveva nel 1981- perciò dubitiamo che egli sia ancora in vita dal momento che, all’epoca, l’Autore aveva ragione di ritenere che ‘l’uomo delle sgagliozze’ vivesse a Ceglie dalla figlia sposata o languisse “all’ospizio dei poveri”. Forse fu Bastiano l’ultimo sgagliozzaro del genere ‘umile’. A lungo il suo sottano rimase chiuso ; per tutto quel tempo le sue pietre mandarono di olio sfritto.
italointeresse@alice.it
 
 
 

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