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Beatrice, una tragedia romana

Oggi se la sarebbe cavata con poco, all’epoca ci rimise la testa. Ricorre oggi il 422° anniversario della clamorosa esecuzione capitale di Beatrice Cenci, nobildonna romana giustiziata per parricidio. Era figlia del conte Francesco Cenci, uomo violento e dissoluto, e di Ersilia Santacroce. Alla morte della madre, quando aveva sette anni, Beatrice fu affidata alle monache francescane del monastero di Santa Croce a Montecitorio. Ritornata in famiglia otto anni dopo, vi trovò un ambiente ancora più difficile, dovendo subire le angherie e le insidie del padre il quale, poco dopo, nel 1593, sposò in seconde nozze la vedova Lucrezia Petroni, dalla quale non ebbe figli. Oberato dai debiti, incarcerato e processato per delitti anche infamanti, condannato due volte per “colpe nefandissime” al versamento di somme rilevanti, Francesco, pur di non pagare la dote di Beatrice, le impedì di sposarsi. A tale scopo la segregò insieme alla matrigna a Petrella Salto, in un piccolo castello del Cicolano, chiamato la Rocca, nel territorio del Regno di Napoli. Nel 1597 Francesco, già malato di rogna e di gotta, per fuggire alle richieste pressanti dei creditori, si ritirò a Petrella, portando con sé i figli minori Bernardo e Paolo. Le   condizioni di vita delle due donne divennero esasperanti. Si dice che, non potendone più delle violenze e degli abusi sessuali paterni, Beatrice giungesse alla decisione di organizzare l’omicidio dell’uomo con la complicità di Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo, del castellano Olimpio Calvetti e del maniscalco Marzio da Fioran detto il Catalano. Il delitto fu consumato il 9 settembre 1598. Per nasconderlo, i ‘congiurati’ simularono una morte accidentale per caduta. Inizialmente non furono svolte indagini, ma voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del conte e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero l’Autorità ad indagare sul reale svolgimento dei fatti. Riesumata la salma, le feritefurono attentamente esaminate da un medico e due chirurghi, i quali esclusero la caduta come causa delle lesioni. I sospetti caddero così sui più stretti famigliari e sui castellani. Minacciato di ‘tormenti’, il Calvetti fu il primo a vuotare il sacco. Riuscito a fuggire fu poi fatto uccidere da un conoscente dei Cenci (forse monsignor Mario Guerra) per impedirne ulteriori testimonianze. Anche Marzio da Fioran confessò, il che avvenne sotto tortura, poco prima di morire. A quel punto Beatrice, Lucrezia, Giacomo e Bernardo non negarono più le proprie colpe. Così, le due donne furono condannate alla decapitazione, Giacomo allo squartamento. Solo per Bernardo, per via della sua giovane età, la pena capitale fu commutata nella pena dei remi perpetui sulle galere pontificie ; venne inoltre obbligato ad assistere all’esecuzione dei congiunti legato a una sedia. Perfidamente,  la notizia della commutazione della pena gli fu comunicata solo poche ore prima della scampata esecuzione. Solo alcuni anni più tardi, dopo il pagamento di una grossa somma di denaro, il giovane riottenne la libertà. L’esecuzione capitale avvenne nella piazza di Castel Sant’Angeloal cospetto di una folla strabocchevole e col sinistro contorno di altre morti : La giornata molto afosa causò il decesso di alcuni spettatori per insolazione  ; altri rimasero uccisi nella calca e qualcuno invece scivolò nel Tevere, annegando. – Nell’immagine, il presunto ritratto di Beatrice, attribuito a Guido Reni o a uno dei  suoi allievi, forse Elisabetta Siranied oggi conservato nella Galleria nazionale d’arte antica di Palazzo Barberini, in Roma.

Italo Interesse

 

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