Cultura e Spettacoli

Beethoven e Korngold: tra impeto e innovazione

La straordinaria performance al Petruzzelli di Andrea Lucchesini e Hansjörg Albrecht

Qualcuno ha detto che la musica di Beethoven è come quella di un dio, non riesce mai ad appartenerci del tutto. Molto probabilmente per il suo accostare soluzioni formali inedite, dialetticamente in contrasto con le esigenze della costruzione razionale settecentesca e l’esuberante rappresentazione delle passioni umane. Di questa inaccessibilità si è fatto straordinario interprete il pianista Andrea Lucchesini, in un concerto lo scorso sabato 2 dicembre al teatro Petruzzelli di Bari, sotto la direzione di Hansjörg Albrecht. Impeccabile l’esecuzione della prima parte del concerto, che prevedeva l’overture Leonore n.3 dall’opera Fidelio in Do maggiore, op.72b, di Ludwig van Beethoven e il concerto n.1, in Do maggiore, per pianoforte e orchestra, op.15. una delle prime composizioni di ampie dimensioni in cui Beethoven afferma pienamente la propria personalità. Lucchesini, formatosi alla grande scuola pianistica di Maria Tipo, si è imposto all’attenzione internazionale fin da giovanissimo, incidendo fin registrazioni per EMI, come la famosa Hammerklavier di Beethoven e la celebrata integrale dal vivo delle 32 sonate di Beethoven pubblicate per Stradivarius. Si notano infatti nella sua esecuzione l’estrema padronanza e raffinatezza timbrica che lo contraddistinguono, unite ad una naturale capacità di creare empatia con il pubblico. Nella seconda parte del concerto, che Lucchesini ha seguito affabilmente seduto tra il pubblico, dopo averlo deliziato con un’improvvisazione di Schubert al pianoforte, l’ Orchestra del Petruzzelli ha eseguito la sinfonia in fa diesis maggiore, op.40 di Korgold. Musicista dalle caratteristiche sfaccettate e complesse, le sue opere sono un misto tra l’eroico e il disincantato: stati d’animo contrastanti sembrano fluttuare nell’arco di questa Sinfonia dedicata a Roosevelt, molto vicina alla moderna musica da film, complessa da dirigere per il maestro Albrecht, uno dei pochi artisti attivi a livello internazionale nel duplice ruolo di direttore d’orchestra e organista, definito dalla critica un innovatore eclettico, padroneggia un vasto repertorio che va da Bach a Messiaen. Il maestro ha diretto in maniera innovativa un’opera complessa nelle sue sfaccettature,  drammaticamente plastica, che si è affermata in un’epoca nella quale ben altre tendenze dominavano la musica Europea, attraverso un organico poderoso (gong, marimba, xilofono arpa, tra gli altri). L’impressione veicolata al pubblico è stata quella di conferire alle tematiche un rilievo dalle accezioni molto moderne, grazie ad una notevole drammaticità espressiva, partendo da un incipit a piena orchestra dal ritmo percussivo il cui tema principale, esposto dal clarinetto, serpeggia facendosi sempre più minaccioso finché una rapida scala ascendente non lo riporta in primo piano. Si stava celebrando, nella figura del defunto presidente Roosevelt, la forza di un ideale che sopravvive alla morte. Una melodia intrisa di desolazione e celebrazione esposta dagli archi con i corni e i tromboni. Il tema principale fiorisce da un motivo di tre solo note ed è poi elaborato, ripetuto e dissociato tra i vari strumenti con intensità crescente per circa trenta battute. Riecheggiano le influenze della nona di Beethoven o della quinta di Bruckner, i finali di Haydn, e il tutto sembra terminare apocalitticamente in una apparente risoluzione dei conflitti. Quella a cui la nostra civiltà occidentale sembrerebbe essere abituata da secoli. Una rivisitazione molto apprezzabile che strizza l’occhio al gusto di un pubblico moderno.

Rossella Cea


Pubblicato il 5 Dicembre 2023

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