Cultura e Spettacoli

Betùn, il bimbo senza volto

Alla Vallisa, si è chiuso il BARIfest Theater, evento organizzato dall’associazione culturale «La Bautta»

Chiusura maiuscola domenica scorsa alla Vallisa per il BARIfest Theater, questo evento organizzato dall’associazione culturale «La Bautta» in collaborazione con Onirica Teatro, per la direzione artistica di Annamaria Fanelli e il coordinamento di Mariapia Autorino e Vito Latorre (con il sostegno dell’avviso pubblico comunale «Le Due Bari»). Ad abbassare il sipario è stata la compagnia francese ‘Teatro Strappato’ con ‘Betùn, un lavoro diretto da Vene Vieitez e dallo stesso regista interpretato con Cecilia Scrittore. Si diceva prima di ‘chiusura maiuscola’. Un lavoro come ‘Bètùn’ merita che si parli in questi termini. Spettacolo di maschere che esalta la potenza del gesto e del suono a dispetto della parola, ‘Betùn’ nasce da un lavoro di ricerca condotto da Teatro Strappato fra i bambini che vivono e lavorano nelle metropoli dell’America Latina. Si calcola siano cento milioni i bambini, per lo più abbandonati, che popolano le strade del mondo ; quaranta di questi milioni vivono in Sud America. Betùn, il protagonista di questa favola dai risvolti poetici malgrado la devastante amarezza di fondo è un prototipo umano, è un piccolo-senza-volto (non casuale nel lavoro di Teatro Strappato l’impiego delle maschere). A questa sorta di ‘bimbo-ignoto’ possono rapportarsi i suddetti cento milioni di derelitti condannati all’infelicità una volta staccati dal seno e per effetto del più precoce e traumatico svezzamento. Esemplare per quanto fittizia, la storia di Betùn somiglia alla punta dell’iceberg : ovvero strazia per la percezione delle dimensioni sterminate di una catastrofe morale che, almeno in questi termini, era ignota alle società del passato. Uno spettacolo che stringe il cuore e al contempo lo allarga per il senso di solidarietà che sollecita : Brutti, sporchi e cattivi non si nasce, lo si diventa, e per colpa dei padrini dell’economia globale, insaziabili quanto implacabili nel pianificare l’impoverimento delle masse sparpagliate sul pianeta. Nell’allestimento di Teatro Strappato sacchi gonfi di spazzatura sono l’elemento scenografico portante. Coerentemente con tale contesto, Betùn (Cecilia Scrittore) entra in scena forzando l’involucro di plastica nera nel quale, quasi un grembo, è infilata. Una discarica, è dunque il palcoscenico di una tragedia che vede una mamma beona abbandonare la propria creatura in pasto a una fauna umana da inferno dantesco : poveracci che scavano tra i rifiuti, orchi, trafficanti di organi umani … Chi riesce a sopravvivere ai predatori, può al massimo ‘evolvere’ in lustrascarpe, ladruncolo o tossico-spacciatore, il tutto sotto lo sguardo di forze dell’ordine corrotte e sanguinarie, indifferenti al fatto che tragedie siffatte possano interrompersi bruscamente, ad esempio per effetto di un investimento stradale, evento traumatico accolto con la stessa collettiva indifferenza con cui da noi si prende atto dell’ennesimo cane o gatto sfracellato da un’auto in corsa. Alla bravura di Cecilia Scrittore si abbina quella non meno straordinaria di Vene Vieitez, chiamato a vestire  gli ‘stracci’ di una decina di personaggi. Betùn, dicevamo, è spettacolo muto. Il gesto, reso più difficile dall’impossibilità di ricorrere alla mimica facciale stante la fissità comunque assai espressiva delle maschere, si veste di un colore coreutico meraviglioso. Prende così corpo una stupefacente danza macabra che illustra la tragedia con una violenza ignota alla parola. Betùn è spettacolo edificante a cui non si resta indifferenti.

Italo Interesse


Pubblicato il 2 Ottobre 2024

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