BIBART 2026 : quando l’arte diventa cura
Dal 10 luglio al 30 agosto, tra Bari e Martina Franca, la Biennale diretta da Miguel Gomez dedica una sezione all'Art Brut e ai percorsi di riabilitazione psichiatrica

Secondo Jean Dubuffet l’arte più autentica nasce lontano dalle accademie e dalle convenzioni culturali, nei meandri di quei territori fragili dell’esperienza umana. Da questa intuizione prese forma l’Art Brut, linguaggio creativo capace di trasformare il disagio in espressione e la marginalità in possibilità di racconto. È proprio questa visione a rappresentare uno degli aspetti più significativi di Bibart Biennale 2026, la rassegna artistica diretta da Miguel Gomez che dal 10 luglio al 30 agosto animerà Bari e Martina Franca con mostre, performance, letteratura, cinema e laboratori, sotto il segno della speranza.
«Abbiamo voluto creare uno spazio in cui l’arte possa diventare ponte tra esperienze diverse e occasione concreta di inclusione», afferma Gomez. «La speranza non è un concetto astratto: prende forma quando una comunità sceglie di accogliere e valorizzare ogni voce». Un principio che trova piena espressione nella nuova sezione dedicata all’Art Brut, nata dalla collaborazione tra il direttore artistico della Biennale, Pasquale Rubino, il progetto ArtBrut22 e le associazioni Occhi Verdi e ventidue.tv del Gruppo Phoenix.
La manifestazione, ospitata negli spazi del Museo del Colore di Santa Teresa dei Maschi, della chiesa di San Gaetano e del Conservatorio Santa Maria della Misericordia di Martina Franca, riunisce artisti provenienti da Italia, Palestina, Grecia e altri Paesi, confermando la vocazione internazionale dell’evento. Tra i 40 artisti presenti figurano la greca Lukiana Papadopoulou e la brasiliana Gina Pignatelli, accanto agli italiani Lorenzo Cassanelli, Ferruccio Magaraggia e Giuditta Mercurio, in un percorso espositivo che intreccia culture, visioni e sensibilità differenti. Accanto al programma espositivo, Bibart conferma inoltre il legame con il Premio Letterario Nazionale Vittorio Stagnani, dedicato alla memoria del giornalista, scrittore e insegnante barese scomparso prematuramente.
Giunto all’ottava edizione, il riconoscimento rappresenta ormai uno degli appuntamenti culturali più significativi collegati alla Biennale, con l’obiettivo di promuovere la scrittura e offrire nuovi spazi di espressione ad autori provenienti da tutta Italia. Ma il cuore più innovativo di questa edizione è la presenza di artisti impegnati in percorsi di riabilitazione psichiatrica. Un progetto che restituisce all’arte la sua funzione originaria di strumento di conoscenza e trasformazione. Dubuffet individuava proprio nelle opere dei pazienti psichiatrici una forza creativa libera da condizionamenti estetici e sociali, capace di rivelare dimensioni profonde dell’esistenza. Oggi quella riflessione torna di straordinaria attualità. «L’arte è uno strumento dalle grandi potenzialità terapeutiche.
Attraverso la rielaborazione artistica si riescono a superare le barriere della malattia, per intraprendere un percorso di liberazione dalla sofferenza », sottolinea Maria Cirone, psicologa del Gruppo Phoenix. Sulla stessa linea si colloca l’intervento di Viviana Fasano, rappresentante della Fondazione Caracciolo: «Questa collaborazione rappresenta un esempio concreto di come cultura e inclusione possano procedere insieme, creando nuove opportunità di partecipazione e crescita collettiva». In un tempo segnato da conflitti, disuguaglianze e fragilità diffuse, Bibart sceglie così di affidare all’arte non soltanto la responsabilità di interpretare il presente, ma quella di contribuire a ricostruirne i legami. Perché la creatività è quel fiore che può nascere da una ferita e trasformarsi in una forma di resistenza, di cura e di speranza.
Rossella Cea
Pubblicato il 10 Luglio 2026



