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Burqa, l’inferriata di pizzo

 

Vuole una consolidata scuola di pensiero teatrale che l’attore debba entrare nella parte al punto da dare verità personale alle lacrime, all’eccitazione, alla rabbia, all’ansia o a qualunque altro sentimento del personaggio interpretato. Quando vi riesce – il che non è frequente – la chiusura del sipario vede l’attore come ‘convalescente’, nel senso che stenta a venir fuori dal personaggio, recandone ancora i segni nella carne. Problema che nell’euforia dell’applauso conclusivo non si pone quando il personaggio interpretato appartiene al repertorio di Scarpetta o di Feydeau e che invece balza agli occhi se parliamo di Amleto o Medea. In questo caso, allora, bisogna aspettare che l’attore in camerino si strucchi e si asciughi del sudore per ritrovare l’uomo o la donna di partenza. Questa premessa ci pare d’obbligo dopo aver assistito domenica scorsa a ‘Burqa’, uno spettacolo che è stato in cartellone fino a domenica scorsa al Duse. ‘Burqa’ è un testo di Alfredo Vasco liberamente tratto da ‘Mille splendidi soli’, il secondo romanzo dello scrittore statunitense di origine afghana Khaled Hosseini, già reduce dal successo di ‘Il cacciatore di aquiloni’. Essendo divenuto anche ‘Mille splendidi soli’ un best-seller, diamo per scontato che il lettore ne conosca il drammatico contenuto. Vasco taglia e riaccomoda per adattare le cose alle esigenze del palcoscenico, mantenendo intatta la cifra drammatica della storia di Mariam e Laila, rispettivamente prima e seconda moglie di Rashid, un falegname della Kabul sotto il tallone talebano. Una storia amara come il fiele, dove le donne valgono quanto un elettrodomestico, dove una neonata, poiché femmina è “quella cosa lì’, il sesso è abitudine spiccia e greve, il cibo è concessione maschile… Tutt’altro che uno scherzo per interpreti ‘occidentali’ fare il vuoto nella mente e regredire a livelli di barbarie equiparabili solo a quelli toccati dalla Santa Inquisizione negli anni ruggenti della caccia alle streghe. Una faticaccia arrivare sino in fondo per le molto brave Barbara Grilli e Silvia Mastrangelo, le quali al termine non riuscivano a sorridere, fissavano il pubblico plaudente prostrate e con occhi vuoti, la stessa espressione inebetita e vinta con cui le donne afgane attendono alle loro faccende per casa, con cui guardano all’avvenire dei figli e al proprio avvenire. Un’espressione che il burqa impedisce loro di portare al di là delle mura domestiche. Direbbero i talebani che tanto basta a dimostrare l’utilità del sinistro copricapo…  In scena erano anche i validi Alfredo Vasco nei panni del ruvido Rashid e Nico Sciacqua in quelli di un infido passante. 

 

Italo Interesse

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