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Caffè senza caffè…

Nel campo delle bevande capita spesso di incappare in imitazioni particolarmente infelici per l’impiego di ingredienti mediocri. Il che rende imbevibili talune gassose, aranciate, birre… In questi casi, oggi, si parla di ‘ciofeca’, espressione dall’etimo incertissimo e che viene adoperata anche fuori dell’ambito alimentare per bollare prodotti commerciali di qualità scadente. In origine la ciofeca era solo il caffè… che non era caffè. Il caffè-ciofeca nacque in Italia durante la Grande guerra ; e conobbe un ritorno di fiamma dall’avvento delle Sanzioni alla fine del secondo conflitto. La vera ciofeca, o caffè autarchico, andava persino oltre sé stessa, nel senso che era addirittura priva della materia prima. In assenza di caffè, si ricorreva a un miscuglio dei più poveri surrogati : cicoria, fichi, carrube, ghiande, orzo, segale, malto, fave, ceci, carciofo… La ciofeca si presentava scura come il caffè, ma che sapore aveva? Alcuni anziani conservano memoria di una bevanda addirittura gradevole. Ma i più della ciofeca ricordano l’assenza di aroma, il sapore acquoso e il retrogusto fiacco. La disparità di pareri dipende dal fatto che nel succitato miscuglio la prevalenza di un elemento a scapito di un altro poteva rivelarsi determinante. In altre parole, la più felice combinazione degli elementi in gioco dava vita a un onesto sostituto del caffè (privo però di virtù corroboranti latitando la caffeina) oppure a un ‘beverone’. La ciofeca, dicevamo, nasce durante la Grande Guerra, in un momento di difficilissimo reperimento della materia prima (di cui il nostro paese non è mai stato produttore). All’inizio del conflitto la  razione giornaliera del nostro fante oltre a 750 g. di pane, 375 di carne fresca o conservata con pasta o riso (circa 100 g.), 350 g. di patate, e 20 g. di zucchero, prevedeva pure  15g. di caffè tostato. Il rancio del soldato italiano, che nel maggio del 1915 contava 4082 calorie, vide queste scendere a 3850 nel dicembre 1916 e a 3067 subito dopo Caporetto. A queste condizioni la prima cosa a sparire dalla razione del nostro soldato fu il caffè. Per fortuna siamo italiani, ovvero maestri dell’arte dell’arrangiarsi, ed ecco la ciofeca, Chi si contenta gode. Con l’ingresso in guerra degli USA e col conseguente arrivo di derrate dall’altra parte dell’Atlantico la razione giornaliera risalì a 3560 calorie e il caffè degno di questo nome si ricominciò a vedere in trincea come nelle retrovie. Con la pace finalmente il caffè tornò anche nei pubblici locali. Tale ristoro non durò più di vent’anni. Nel 1936 arrivarono le Sanzioni, preludio alla seconda guerra mondiale, e in Italia fu di nuovo ciofeca.

Italo Interesse

 

 

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