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Cantatore tra Fellini e Pasolini

Tempo fa in Rete appassionati di pittura dibattevano circa il miglior ritrattista di odalische. Qualcuno era per Ingres, altri per Simonetti, Nicholls, Ballesio, Benouville, Matisse… Chiariamo prima un cosa : le odalische erano schiave vergini  – più facilmente donate che rapite – destinate negli harem a servire le mogli e le concubine del sultano (il termine deriva dal turco ‘odalik’, che significa cameriera, domestica ; da ‘oda’, cioè camera). Nella pittura dell’Ottocento venata d’esotismo orientale le odalische assursero a icone della bellezza che si imponeva per la dimensione languida dell’erotismo. Non è detto però che le odalische fossero tutte così belle. Quelle poche che si distinguevano per grazia venivano subito elevate al rango di mogli o concubine. Le altre, che costituivano la maggioranza, rassegnate a sfiorire, si lasciavano andare, mettendo su chili. Hai voglia allora a scegliere la posa giusta, vestire i panni più belli o cercare la migliore condizione di luce. La povere odalische in capo a pochi anni non avevano più nulla d’eccitante. Non di meno erano loro le vere odalische. L’unico a capirlo fu uno dei maggiori pittori di casa nostra, Domenico Cantatore (Ruvo di Puglia, 16 marzo 1906 – Parigi, 22 maggio 1998).Dopo aver soggiornato a lungo a Milano e Parigi, Cantatore si recò in Spagna nel 1956.Il soggiorno iberico segnò la svolta nella sua pittura. La riscoperta delle tonalità luminose e calde del Mezzogiorno accese nel pittore ruvese l’amore verso il paesaggio e, in particolare, verso la figura umana. Le suggestioni e le memorie dell’infanzia si ridestarono con prepotenza ed ecco dal pennello prendere vita memorabili e ‘nodosi’ contadini, confratelli da Settimana Santa e soprattutto donne : vedove nerovestite simili a Parche, contadine dalla dignità remota, ruvide casalinghe colte nella loro maestosa inamovibilità sulla soglia di casa e, soprattutto, formose figlie della plebe ritratte nel molle abbandono della siesta, donne dalla bellezza approssimativa, eppure seducenti… E siamo alle odalische di Puglia, che rappresentarono l’acme della pittura di Domenico Cantatore. L’originale sensualità dello stereotipo di partenza con tutto il suo corredo di veli, drappi, tappeti e ottomane qui vede stemperata la sua esuberanza a beneficio di una femminilità assolutamente popolare, non di meno grandiosa e che nella percezione del muro a secco, della controra e della parete imbiancata a calce reca, irresistibile, l’odore del Mezzogiorno. Scriveva Marco Valsecchi, “le odalische di Cantatore rivelano la primitiva fissità della ‘mater matuta’ mediterranea e trovano l’abbandono sul braccio ripiegato come nelle metope arcaiche col mito di Fedra” (nella mitologia romana la Mater Matuta era la dea del Mattino o dell’Aurora e quindi protettrice della nascita degli uomini e delle cose, mentre la metopa è un elemento architettonico di fregio dell’ordine dorico – n.d.r.). Le odalische di Cantatore, infine, rimandano involontariamente al cinema. Perché nell’abbondanza compiaciuta delle loro forme non è difficile cogliere il mito di Venere con gli occhi di Fellini. Così come nel carattere arcaico e proletario di tale bellezza vibra tutto Pasolini.

Italo Interesse

 

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