Cultura e Spettacoli

Che ho a che fare io con gli schiavi?

Piero Gobetti e il liberalismo come istinto e formazione culturale

TIMOIΣΥN ΔΟΥΛΟΙΣΙΝ (tì moi sun doùloisin): “Che ho a che fare io con gli schiavi?” Questa domanda, retoricamente intonata, è il motto greco che si rifà all’Alfieri e che compone l’ex librisdelle edizioni che l’infaticabile Piero Gobetti (Torino 1901, Parigi 1926), intellettuale, giornalista ed editore poco più che ventenne nell’Italia post-bellica, giolittiana e pre-fascista, pubblicò a Torino nei primi anni Venti del Novecento. Il motto, disegnato dal pittore Felice Casorati, apparve per la prima volta nel 1924 sulla copertina del libro “Eroe svegliato, asceta perfetto” di Tommaso Fiore. Ma le pubblicazioni gobettiane erano iniziate già prima, nel 1922, con l’uscita di “Collaborazionismo” di Ubaldo Formentini, primo libro delle “Edizioni della Rivoluzione Liberale”, e sarebbero continuate ad uscire per i tipi della Arnaldo Pittavino.

Sono ormai più di cento anni da allora, e se ne parla ancora. Di recente, la romana “Edizioni di Storia e Letteratura” ha anastaticamente riproposto, in una collana dedicata, le dette, prestigiose e ormai quasi introvabili, edizioni gobettiane. Ma basta scorrere i nomi della collana per rendersi conto dell’originalità del progetto di Gobetti: un liberalismo a tutto tondo, non scevro di influenze sociali e “popolari”, premessa e risultato di una viva dialettica, di una lotta dai chiari risvolti pedagogici. Eppure, tra le righe delle 114 letture (tante sono le pubblicazioni della collana) lo spirito che si evince è immutato e, almeno in Italia, si ha sempre quella sensazione che assume spesso i contorni di una frustrazione: il pensiero liberale, benché nobilitato dai suoi grandi maestri di ieri, rimane, ancòra oggi, nelle idee e nella vulgata, un’avventura troppo ardimentosa, un’ambigua contiguità libertaria, quando non anarchica, un volo ideologico troppo ampio e ambizioso per poter essere sistematizzato in un rassicurante contesto socio-istituzionale. In definitiva, il liberalismo in generale, e quello gobettiano in particolare, rimane uno schema, un ideale, in definitiva un’eresia politica. Già un secolo fa, con qualche stanchezza in meno rispetto alla temperie d’oggi, Piero Gobetti l’aveva intuito quando propose, nella sua “Rivoluzione liberale” (rivista e saggio), il suo bel tentativo di ridare slancio all’idea liberale, dopo un primo ciclo storico fondativo post-risorgimentale che a molti parve ormai concluso. Si rese conto, molto più di altri liberali d’allora, che, per quanto idealmente esauritasi con Cavour, quella prima stagione liberale italiana aveva lasciato viva, nella cultura economica più che nella politica o nello stile istituzionale, un’educazione nuova che avrebbe potuto, e forse dovuto, tradursi in praxis. E Gobetti lo ribadì, a fortiori, con le sue edizioni, in anni in cui le acque cominciarono ad intorbidirsi a partire dalla marcia su Roma (Ottobre 1922). Egli ricusò in toto, e senza ambagi, l’idea dell’inclinarsi dispotico, nelle intenzioni e nei primi fatti, del governo che si preparava per l’ancòra giovane Italia, senza alcun avallo popolare e avulso da ogni possibile dialettica politica. Con quest’ansia di liberale, tutta rivolta alla tutela dei diritti individuali e civili, Gobetti ha cercato nella sua opera la sistemazione logica delle aspettative politiche: la cultura del dispotismo stava riuscendo, infatti, nel tentativo, persino agevole in quel frangente storico, di legittimare la ratio totalitaristica del potere decisionale con l’inadeguatezza delirante e fallimentare di ogni forma di anarchia.

In tal caso, il prezzo pagato sarebbe stato molto caro: era ciò che, nel 1944, vent’anni più tardi, Hayek avrebbe chiamato “The Road to Serfdom”, la via verso la schiavitù, e che Gobetti aveva già ben in mente in quella stilizzazione ideologica del motto alfieriano: al pericolo della mitezza condiscendente, della formazione inadeguata, dell’assuefazione a vizi e malcostume pubblico, Gobetti oppose un tentativo di educazione liberale e chiamò per questo a raccolta, nel suo cenacolo editoriale, i migliori. In molti risposero, in un periodo in cui pubblicare con Gobetti era già una chiara sfida lanciata, uno schierarsi. Da questa volontà ferma e in un breve torno di tempo, scaturirono, si diceva, ben 114 pubblicazioni: gli autori erano liberali, socialisti, cattolici, persino un “giovane” poeta di nome Eugenio Montale che con il “giovane” Gobetti pubblicò per la prima volta la sua raccolta “Ossi di seppia”.  Ecco, i “giovani”. Ricorrono spesso. Quelli di oggi avrebbero ben 114 motivi per guardare al mondo con fiducia e nuovo slancio ideale. E per dare una rinnovata speranza, contro ogni tirannide, alla libertà, che fa sempre rima con dignità.

Felice de Sario


Pubblicato il 28 Novembre 2025

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