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Chissà se il Principe arrivò a Santiago

Secondo quanto descritto nella Concordia de Antealtares, nell’anno 813 un eremita di nome Payo, diminutivo di Pelayo (Pelagio), venne attirato da alcune strane luci a forma di stella sul monte Libredòn, in Galizia, dove esistevano antiche fortificazioni (probabilmente un antico villaggio celtico). Venuto a conoscenza dello strano fenomeno, il vescovo della diocesi Iria Flavia (attuale Padrón), Teodomiro, si recò sul luogo dove scoprì una tomba che conteneva tre corpi, uno dei tre aveva la testa mozzata ed una scritta: “Qui giace Jacobus, figlio di Zebedeo e Salomé”. Sollecitato da Teodomiro, Alfonso II, re delle Asturie e della Galizia, ordinò la costruzione sul posto di un tempio, dove i monaci benedettini nell’893 fissarono la loro residenza (la ben nota cattedrale sarebbe stata aperta al culto solo nel Duecento). Iniziarono così i primi pellegrinaggi alla tomba dell’Apostolo. Il grande fenomeno devozionale ha accomunato nei secoli milioni di fedeli d’ogni categoria sociale. Non mancavano dunque personaggi di alto lignaggio, come nobili, principi e regnanti. Tutta gente senza problemi economici, eppure, quando potevano, costoro non si facevano scrupolo di affondare le mani nelle tasche del popolo o nelle casse dell’erario pur di risparmiarsi l’esborso di un lungo viaggio. In ‘Storie baresi’ di V. Melchiorre (Levante Editori – Bari, 2010) si legge che nel 1362 il Principe di Taranto, Roberto D’Angiò, che allora risiedeva a Bari, aveva deciso di compiere quel pellegrinaggio. Ma ecco il punto, come spillare il denaro necessario ai già premuti contribuenti? Roberto diede incarico ad un alto funzionario, Magello o Massello Bissie, di trovare una strada… Dallo studio del bilancio emerse che taluni tributi risultavano non pagati. Era la soluzione migliore. Prontamente, esattori scortati da soldati si presentarono a casa dei debitori. Non trovando di meglio, sequestrarono bestiame in quantità equivalente all’entità del debito, insensibili alle vibrate proteste di quei baresi, i quali avevano le loro ragioni per sentirsi con la coscienza a posto. E difatti, già una settimana dopo, quei cittadini presentavano ricorso al Capitano di Giustizia di Bari, il quale, studiate le carte, dava loro ragione. Non potendo far altro, con una disposizione del 13 aprile 1362 il principe Roberto dispose che i contribuenti danneggiati venissero risarciti. Particolare curioso, e ciò consente di spezzare una lancia a favore di quest’uomo evidentemente ravvedutosi, la disposizione era accompagnata da un secondo provvedimento. Con esso il Principe raccomandava ad Enrico, Giustiziere di Taranto, di vigilare sull’operato di Magello Bissie. Quel bestiame andava restituito ai legittimi proprietari e non rivenduto… Il malconcio documento, peraltro redatto in un latino incerto, non consente di sapere come se la cavò il Principe : attinse al patrimonio personale, rinunciò al viaggio?… La storia ci dice che Roberto si spense il 10 settembre 1364.

Italo Interesse

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