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Con “virtuoso silenzio” si oppose al “triviale baratto”

Il codice di proceduta penale del Regno delle Due Sicilie prevedeva il ‘truglio’. Progenitore di moderni istituti come il patteggiamento o di figure come il collaboratore di Giustizia, il truglio offriva al reo la possibilità di vedere ridotta la pena o addirittura d’essere rimesso in libertà rivelando i nomi di eventuali complici. Per le sue caratteristiche il truglio trovava grande applicazione nei delitti legati al mondo della camorra o della cospirazione politica. Ma non tutti ci stavano a passare per ‘infami’. Soprattutto i fautori della libertà. Clamoroso è rimasto il caso di Emanuele De Deo, un patriota pugliese che preferì opporre un “virtuoso silenzio” al “triviale baratto”, come si legge sul numero di apertura del Monitore Napoletano (2 febbraio 1799). Erano passati meno di cinque anni dalla morte del De Deo, la cui esecuzione capitale aveva messo a rumore tutta l’Europa per la giovane età del condannato (21 anni) e la sproporzione fra pena e reato; insieme ad altri il De Deo aveva diffuso clandestinamente il testo della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo. Nato a Minervino Murge l’11 giugno 1772, Emanuele De Deo era diventato massone e membro della Società Giacobina Napoletana. A perderlo fu una delazione: Nell’aprile del 1793 mentre prendeva parte ad un banchetto in cui si lessero satire contro il Re e la Regina e si discusse dei diritto dei popoli a detronizzare i sovrani, preso dall’entusiasmo De Deo si spinse a sfregiare con un coltello un ritratto del sovrano. Catturato nell’ambito di una vasta azione repressiva che portò all’arresto di sessanta cospiratori, il patriota pugliese si ritrovò sul banco degli imputati. L’accusa chiedeva condanne esemplari, che andavano dall’esilio ai lavori forzati, infine all’impiccagione. La condanna a morte fu richiesta per trenta degli incriminati. Fra essi c’era Emanuele De Deo, cui, prima dell’emissione della sentenza venne proposto il ‘truglio’. Come detto, Emanuele De Deo respinse la proposta. Patita poi la tortura senza rivelare nomi, si vide condannato a morte insieme ad altri due : Vincenzo Galiani e Vincenzo Vitaliani (poiché servivano capri espiatori per dare un clamoroso esempio, la scelta degli infelici fu condizionata, scrisse il Simioni, da “pressioni potenti e occulte, antipatie, inimicizie, corruzioni, stratagemmi, intrighi”). Il giorno prima dell’esecuzione, il 17 ottobre 1794, in una lettera al fratello Giuseppe (inizialmente incarcerato con le stesse accuse e poi scagionato), Emanuele si opponeva a che venisse inoltrata domanda di grazia in suo favore spiegandone così le ragioni : “io la mia sorte l’invidierei negli altri”, “il mio destino è certo, ed io l’attendo con intrepidezza e maschio coraggio”. Assistito dai padri della Compagnia dei Bianchi della Giustizia, mantenne un comportamento dignitoso e riservato, come è annotato nel Registro di altra Compagnia, la ‘Sancta Maria succurre miseris’. Salì al patibolo per ultimo, in piazza Castello, a Napoli. A Emanuele De Deo sono stati dedicati monumenti e strade dai comuni di Minervino Murge, Napoli e Bari.

 

Italo Interesse

 

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