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Da Aristofane all’Italia-cloaca

Nihil novi sub sole, tempi erano e tempi saranno… Se gli Antichi potessero osservare l’odierno sfascio, al di là di una comprensibile incredulità dinanzi al guscio delle cose, non manifesterebbe alcuna meraviglia verso la sostanza delle stesse. Vogliamo credere un Berlusconi, un Fabrizio Corona, una Maria Defilippi personaggi estranei ai tempi di Cheope, Pericle o Cesare? Per esempio nei testi di Aristofane, specialmente in ‘I Cavalieri, c’è in embrione  il presente globale. Mario Perrotta se ne avvede e fa del pensiero del grande drammaturgo lo spunto per una personale e ben condivisibile invettiva contro questa Italia incancrenita. ‘I Cavalieri – Aristofane cabaret’, opera con cui nel 2011 il teatrante pugliese si è aggiudicato il Premio Ubu e che meno di una settimana fa è stata in cartellone al Nuovo Teatro Abeliano per la rassegna Actor, è spettacolo indimenticabile. Un testo affilato come un bisturi cava dal marcio tessuto di un non-popolo ragione di riso amarissimo ; vi riesce scorazzando tra varietà e avanspettacolo, sfiorando il goliardico, avvoltolandosi nelle miserie di salotti televisivi. In mezzo alle righe cita Brecht e come una draga rovista nella melma del Belpaese su cui appunta gli strali di una comicità urticante. Vestiti di nero, accompagnati da un polistrumentista, sei eccellenti, poliedrici interpreti danno vita a uno show che va avanti come uno spettacolo pirotecnico. La polveriera Italia salta in aria in un coro di fischi e boati, di colori e scintillii pacchiani. Affonda senza la dignità tragica d’un Titanic. Va a fondo alla cialtrona, quasi una comica greve dove panni lerci sostituiscono le torte in faccia. Si inabissa nel trionfo della fiera della vanità, del machiavellismo piccolo borghese. Eppure Perrotta lascia aperta la porta alla speranza. In ‘I Cavalieri’, Popolo, il signore, solo al termine di un plateale e asperrimo confronto fra Paflagone, servo adulatore, e Salsicciaio, servo aspirante, realizza quale minaccia rappresenta il primo. Nell’opera di Perrotta, una delirante tribuna politica condotta all’insegna del peggior gusto apre finalmente gli occhi all’imbolsito padrone di casa (il Popolo… italiano). Sicché la realtà di ominicchi e furbacchioni , protagonisti di un teatrino delle maschere, balza agli occhi con solare (e salutare) evidenza ; opportunamente la scena finale vede gli attori calzare maschere e cristallizzarsi – beffardo tableau vivant – in pose da commedia dell’arte. Chapeau agli interpreti : lo stesso Mario Perrotta, Paola Roscioli, Lorenzo Ansaloni, Maria Grazia Solano, Giovanni Dispenza, Donatella Allegro. Musiche dal vivo eseguite da Mario Arcari e dagli attori della compagnia. Produzione Teatro dell’Argine.

Italo Interesse

 

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