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Dio è nella tua bocca vermiglia

Cattivi osservatori, guardiamo senza riuscire a scorgere che una parte minima delle ragioni d’incanto che la vita offre (malgrado tutto). Più in generale siamo cattivi ‘percettori’ di emozioni. Anche con gli altri organi di senso ci manifestiamo disattenti, sì che possono diventare ragione di sorpresa il sapore ispirato dai frutti di “un nespolo da fiaba orientale”, “il silenzio delle piccole cose”, le suggestioni da contatto con “la ruvida borraggine”, “l’avvolgente profumo dei gelsomini”… Per fortuna l’attenzione resta sufficientemente desta per altre percezioni : “Dio…è nella tua bocca vermiglia / che promette l’amore”, “non mente il tuo delta / nell’urto dell’amore”… Queste ed altre (ri)scoperte sono al centro di una recentissima e breve silloge a firma del nostro Sandro Marano : venticinque liriche composte quasi tutte tra la primavera del 2019 e la primavera del 2021. In ‘L’inattesa letizia del giardino’ (Edizioni Tabula Fati, collana Flores) si raccoglie una selezione di poesie-cartoline che toccano per leggerezza e nitore. Pochi, essenziali e tenui tocchi bastano a Marano per comporre un affresco che suona come un’ode alla “smarrita grazia del mondo”. Il poeta qui si attarda come un archeologo sugli avanzi d’una personale età dell’Oro, remotissima e vissuta di striscio (splendidi i versi dedicati alla madre che in una vecchia foto in bianco/nero, stando in sella, “cinge tra il grembo e le briglie” il suo piccolo di due anni). Ciò, risvegliando irresistibili istinti ambientalisti, dà la stura a frecciate :”Non è facile ritrovare / la perduta armonia / senza un governo assennato / che rispetti la terra”. Il velo polveroso del tempo perduto, e in via di smarrimento, si adagia malinconico su queste limpide liriche sollecitando la seduzione cromatica di quella varietà del rosa detta ‘antico’. Non di meno il verso brilla di colore : “un dorato campo d’avena”, “ceruleo il mare”, “corpi ambrati”, “il virgulto d’ulivo… che verde riverbera”, “l’azzurro festoso dei fiordalisi”… La nostalgia travalica la propria dimensione temporale e retrocede verso “un’epoca remota di foreste d’agavi” e di vulcani, grandi mammiferi, dolmen. Un’epoca che a noi torna persino più remota dei millenni effettivamente passati. Potenza della dissennatezza di multiple rivoluzioni industriali consumate con l’unico risultato di vedere l’uomo che “annega nell’uomo”. L’ultima pagina si chiude tingendosi di perplessità : “Resto alla finestra / ancora un po’ sopra pensiero. / Sul mio quaderno aperto / scorre la sabbia della clessidra”. Un libro pregevole, già apprezzato per primo dal poeta e romanziere ligure Giuseppe Conte.

 

Italo Interesse

 

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