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Domenico Iuiso, ovvero la poesia

Come Prefazio al suo Magistrale Saggio sul Poema di Domenico Luiso,”L’OMINO DEGLI OROLOGI”, Nicola Pice ha Trascritto un brano del neuroscienziato Antonio R. Damasio dal titolo, arrogantemente, impegnativo, l’”Errore di Cartesio”. Cartesio, per Damasio, sarebbe caduto in errore, Proclamando:”Cogito ergo sum” (Je pense, donc je suis), in quanto “…all’inizio vi fu l’essere e solo in seguito vi fu il pensiero…Noi siamo, e quindi pensiamo… il pensare è causato dalle strutture e dalle attività dell’essere”. L’appunto di Damasio a Cartesio sarebbe plausibile, se consideriamo l’uomo, esclusivamente, come “corper”, cioè dal punto di vista delle sue “strutture” (ossa, muscoli, fascio di nervi, ecc., ecc.), che gli permettono di essere o, meglio, di esistere. Non è, invece, plausibile, se Consideriamo l’Uomo come “Leib”, cioè, come un Corpo Segnato da un IO Irripetibile, Particolare Insostituibile perché  possa essere Adombrata l’Idea di Uomo (“…tanto più bella il mio pensier l’adombra, per Parafrasare Petrarca del Canzoniere), ”Faber” della sua Storia, Studioso di Storia e Analista Critico della Storia in cammino nel  Tempo e con Essa anch’Egli in cammino, quasi mai sul carro di Essa, Tentando, spesso Mettendo in Gioco  la Vita, di CambiarNe, di RettificarNE la direzione, la teleologizzazione, l’approdo. Se questo Uomo Pensa, non é un corpo che esiste, vegetando tra ”Fantasmi partoriti da fantasmi, /prodotti di moltiplicate clonazioni…”; tra coloro che hanno ”azzerato la follia dolce dell’immaginazione /e una sillaba d’amore è solo un coito bestiale” (L’Omino Degli Orologi, pag. 28 – 48), ma è il Filosofo che, Oltrepassando la sua corporeità, animalità, legata a bisogni primari che, comunque, vanno soddisfatti, ha Scoperto, per Dirla con Dostoevskij, il Segreto dell’Umana Esistenza. Che non sta nell’essere, “sed” nel NON ESSERE (cfr. da “Ossi di seppia” di Eugenio Montale: ”Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”); non sta solo nel volere ciò che è, ineludibilmente, dettato dalle elementari esigenze dell’”animal”, dell’essere vivente,”sed” Sta nella Ricerca entusiasta, veemente delle Finalità, delle Mete, degli Intenti, dei Traguardi ai quali Orientare il vivere del corpo, ché Sia l’Uomo, oltre quel corpo, Attività Psichica mediante la quale Egli Acquisti Coscienza di Sé e della realtà esterna a Se stesso, permettendoGli, Chiarisce il Dizionario “Treccani”, “di cogliere valori universali, di costruire nuovi modelli che trascendono i limiti spazio – temporali della percezione sensibile, di formarsi una coscienza di quello che sperimenta nella sua interiorità e nella realtà esterna”. Pertanto, sembra Lamentare Mimì Luiso, gli uomini ”corper” esistono, ma non Pensano, in quanto hanno “gesti  stolidi e disarticolati/ come le (loro) parole, steli rinsecchiti /cenere di tempi… polveroso magma di cuori ignari e deboli”(o.c. pag.25). Ecco i padri, le madri, i fratelli, “ombre senza nome, senza sesso e senza cuore”, col cervello non altro che ”spina /di cardi infissi nell’immota condizione” (o.c.pag.27); alle prese con ”un omino salito sulla sedia” che “appende orologi morti sulla stessa ora /e ritma l’altalena dei (loro) passi/ chiusi ad ogni fiato di armonie per una pantomima di vita rotta in frammenti /aguzzi e laceranti come i (loro) canti /che rodono la testa glabra di una sola nota”(o.c.pag.28). In serie unidimensionali, in serie le loro elucubrazioni mentali, in serie le loro relazioni, in serie i loro desideri, le loro aspettative, in serie  il loro perdersi con la morte nell’oblio, ”finché il sole risplenderà sulle sciagure umane”. Ché oltre il Sole c’è il Nulla Eterno per tutto ciò che è mondano! “E’ la violenza una nave alla deriva/ senza soste nell’umana rotta…”(o.c. pag.51), la loro musa ispiratrice, sui fratelli, sulla natura, sull’inerme, frale “filo d’erba attaccato alla sua pena”(o.c. pag.31), sul quale s’abbatte la fredda, indifferente mano umana che lo strappa, come Racconta Pirandello nella Novella “Canta l’Epistola”, all’Amore di Tommasino, il Chierico Apostata, che rifiuta di farsi prete, escluso dalla canea degli impegnati nello “sdentato rosicchiare dei rosari, /delle preghiere di gesso rappreso sulle  bocche /infarcite di sesso senz’amore” (o.c.pag.32). “Forse cantano i fiori”(o.c.pag 56)e sogna l’erba, che somministra sconosciute emozioni negli umiliati ed offesi,”anche i tori sognano come sognano i deboli virgulti”(o.c.pag33) e le viti di Montalcino trovano non creduta energia contro i molteplici agenti di essi inquinanti, alimentandosi “col nettare di Mozart” (o.c. pag 62). Ancora, se questo Uomo Pensa, Prova, nel percepire la vastità dell’assurdo, che il mondo inonda, una grande tristezza,”tamen”, non si fa vincere dalla rassegnata, disfattistica inerzia, Converte ”l’angoscia in utopia”, Scava “solchi per canali /sempre odorosi d’acque in movimento” (o.c. pag.62). Sarà la sua Parola altra dal normale, pedestre chiacchiericcio ”…una luna sempre vestita di fresco”, anche se egli giunge ”vecchio alle sponde piane /della giovinezza floreale e ai sogni  non menzogneri scampati alle prigioni”(o.c.pag.62). Sarà la sua Parola ”scandita in sillabe /lucenti  nell’interminabile percorso /e il mio pensiero – Ribadisce Mimì Luiso – avrà due mani /stese pietose sulle zolle tormentate” (o.c.pag.65). E’ il Poeta, non estraneo a tutto ciò che Vede; a Viso aperto Passa, senza fermarSi mai, impetuoso, puro, completo per il Mondo, ché il Mondo Ritorni alle Origini, Ritorni a Nascere. Niente è da Lui lontano. Che Gli importano le distanze, se Egli  E’ tante Vite, quanti sono gli Sguardi che Gravitano o che  potrebbero Gravitare su di Lui, per cui la Morte, lo SpegnerSi di Uno di Essi è in Realtà la sua Morte? La Morte non ha limiti, ché l’Anima di ogni Creatura Si Nutre dell’Essenza di tutte le cose. Questi i Pensieri, Elaborati, Composti in alta Libertà, di cui Mimì Luiso Ebbe Appetito. Frequentai con Lui il primo liceo classico, l’anno in cui fui, giustamente, bocciato. Ho Detto: ”frequentai con Lui”, ma non gli fui compagno, perché in tutto l’anno scolastico Egli non mi degnò di uno sguardo: sin da allora, come per tutto lo SvolgerSi della sua Vita, Egli non simpatizzò, mai, con gli ignoranti, con coloro, specialmente, che avrebbero avuto, avrebbero tutti i mezzi per non esserlo e, pervicacemente, insistevano, insistono nell’esserlo. E io, a quel tempo, ero ignorante, ché ignoravo che oltre la passione per il “calcio”, che tutto il mio esistere totalizzava, ci fossero, c’erano altre Passioni per le quali si Potesse, si Poteva Essere in Possesso della Idea della Bellezza e della Verità e, quindi, si Potesse, si Poteva Accettare di Essere in Possesso di Dio. Leggevo, solamente, giornali che raccontavano il “calcio”: gli Articoli di Leone Boccali, Fondatore nel 1931 de ”Il calcio illustrato” e di Emilio De Martino, Direttore della “Gazzetta dello sport” che non erano, in verità, privi di Dignità Letteraria, se Li si confronta con gli “sgorbi” che ci vengono propinati nella nostra sfortunata contemporaneità. Ma Mimì Luiso, gia, aveva Letto e Leggeva Tanto Altro! La sua Scrittura, già, Prefigurava il tosto Intellettuale della Maturità e, in aggiunta, Traduceva Brani di Autori Latini e Greci all’impronta, quasi. Per una sessantina d’anni ci perdemmo di vista; quando, raramente, c’incontravamo non  ci donavamo nemmeno il vicendevole saluto. La Poesia che, pure io Coltivavo, Si Premurò, sulla via del nostro tramonto esistenziale, di Essere l’Aurora della nostra Amicizia. Ma i miei Fantasmi Poetici soffrivano di soggezione nel confrontarsi con i Fantasmi Poetici che Sorreggevano, Sorreggono le meravigliose Arcate Gotiche di una Poesia nata dalla Penna di Chi, da lunga pezza, aveva Dialogato, a mo’ di Leopardi, con la Luna e ad Essa aveva Posto non ovattate Domande. Mi allontanai da Lui, senza spiegazioni; so che se ne adontò. Io, però, Lo Piansi. Ora ho davanti a me il Poema Postumo “L’Omino degli orologi”. Nell’appuntare l’aggettivo “postumo” Mi Lascio Trasportare, tra le tante Opere, Pubblicate postume (senza, assolutamente, Porre Mente al Verso Virgiliano delle “Georgiche”:”Si parva licet componere magnis – Se è lecito paragonare le cose piccole alle grandi”, rischiando il rimprovero di Mimì Luiso, se Fosse tra la Minoranza, spiritualmente, culturalmente, Viva sulla Terra: ”Forse per questo vivo, per non amare /i paragoni che pur mi fanno da bastone/ sui sassi della strada che percorro” o.c.pag.71), alla postuma “Eneide”, Sottratta da Mecenate al fuoco, come Virgilio, di Essa Insoddisfatto, avrebbe Voluto; al postumo Romanzo (il Romanzo più bello, pur incompleto, del ‘900) di Umberto Saba “Ernesto”, scoperto in un cassetto, per caso, dalla Figlia Linuccia.  Per Parafrasare Eugenio De Andrade, Mimì Luiso non Si Smentisce in questo Poema: la sua Poesia è, ancora e sempre, fremente di Luce, aspra di terra, rumoreggiante di acque e di vento. I Versi dell’ ”Omino…” ad ondate, secondo il Ritmo incalzante del Procedere di Quelli del Foscolo nel “Dei Sepolcri” e di Garcia Lorca nel “Lamento per la morte di Ignazio” e puntuali i Rimandi alle Fonti Letterarie, Filosofiche, Storiche alle quali Mimì Luiso, copiosamente, Si Abbevera. Cito a braccio: a Leopardi, a Pasolini, a Platone, a Pascoli, a Montale, a Ibsen, a Quasimodo, a Pirandello e, forse, Altri ho dimenticato. In ogni caso, a riprova del mio Assunto, non mi Resta che Menzionare Mimì’: ”Sediamoci allora alle vostre tavole, /spiriti veri nell’eroica carne; accoglietemi solo come uditore /che non chiede mai la parola /e s’accontenta del diritto al silenzio. /…Non ho inventato nulla, già lo dissi/ o forse il nulla divertito m’ha inventato /…”(o.c.pag.72). La Bellezza e la Verità, i Supremi Indicatori delle Grandi Cattedrali della Genialità Artistica, Si Dispiegano nella Storia, tal lo Spirito Assoluto di Hegel. Il Talento, lo Studio, la Disposizione d’Animo, il Dolore, le Sofferenze, gli oltraggi, virilmente, sopportati, Conducono, perché Riempiano d’Amore e di Razionalità l’avvicendarsi dei tempi, il Genio, l’Artista, il Poeta, il Musicista all’Incontro con Esse. Tutta le Poesia è Luminosa, i suoi urli, a volte, per Diradare le tenebre della vita, per Smascherare in essa il male, che si annida da quando è comparsa sulla Terra, condizionando l’agire delle generazioni umane, le azioni. Ogni cosa ne è impregnata. La sifilide, di cui soffre Osvaldo negli “Spettri” di Jbsen, che lo porterà alla morte, è la Metafora di ciò che i figli nei millenni hanno ereditato dai loro genitori, non soltanto il sangue materno e paterno, ma anche tutta l’irrazionalità relazionale, che ha fatto dell’universale vissuto un inferno in una catena senza fine. Anche le madri e i padri, ai quali Mimì Luiso Si Rivolge, cullano bimbi nati ”con  i chiari segni della pestilenza”(o.c.pag 77).”Mamma, dammi il sole”, grida Osvaldo alla madre che non potrà ascoltare, raccogliere l’ultimo spasmo del figlio. Canta il Foscolo nel ”Dei Sepolcri: ”…gli occhi dell’uom cercan morendo/il Sole”. Mimì Luiso, nonostante Si Senta Solo, perché ”mille teste basse ancora penseranno/ pensieri germogliati fuori dai cervelli” (o.c. pag.36);  nonostante il suo razionale Pessimismo, non, però, tanto, sconfinatamene, disperato, non  smette di Nutrire la Speranza che la Poesia, “more eucharistiae”, fulgida, immacolata, Possa FarSi  Architetto di una nuova Aurora e che la fulgente Luce del Sole, Metafora da sempre, della Verità, Ritorni a Scaldare di primigenia Comunione, Solidarietà il Volto e il Petto degli Uomini.

 

Pietro Aretino già detto Avena Gaetano

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