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Donne pugliesi e brigantaggio

La storia del brigantaggio postunitario che per tre anni insanguinò il Mezzogiorno non fu solo storia di uomini. Non furono pochi i personaggi femminili  che trovarono posto in queste bande di fuorilegge, o patrioti a seconda dei punti di vista. Il termine brigantesse, però, è  un po’ vago, abbracciando donne che nel fenomeno della grande rivolta filo borbonica s’inserirono a vario titolo. Bisogna perciò distinguere tra fiancheggiatrici, compagne al seguito e combattenti. Le prime non costituivano una presenza costante all’interno delle bande. Non destando sospetto ( la stessa cosa avvenne meno di cento anni dopo nei giorni della  Resistenza) queste donne potevano fare la spola tra i nascondigli dei briganti e i centri abitati e così svolgere la funzione di messaggere o ‘avvisatrici’ ; all’occorrenza potevano anche mettersi di vedetta oppure fuorviare i rappresentanti della Legge.  Le ‘compagne al seguito’ erano per lo più mogli o fidanzate ; ma qualche volta si trattava di donne prese con la forza e costrette a mescolarsi ai briganti per assecondare i capricci di qualche capo banda. Infine le combattenti. Personaggi carismatici e sanguinari, queste autentiche brigantesse arrivavano a prendere le redini della banda se il capo, di cui erano compagne, cadeva in combattimento o fra le mani del ‘nemico’. A differenza di altre e più ‘prolifiche’ regioni (Lucania, Calabria) che possono ‘vantare’ figure come Maria Capitanio, Filomena Pennacchio, Marianna Olivieiro, Rosa Reginella e Michelina de Cesare, la Puglia ‘produsse’ una sola brigantessa. Si chiamava Elisabetta Blasucci , veniva da Ruvo di Puglia ed era la donna di Giovanni Libertone, un capobanda lucano. Le scarsissime notizie disponibili ci dicono appena che, una volta catturata, la Blasucci fu sottoposta a processo e condannata a venti anni di carcere, pena che non riuscì a scontare morendo di stenti oltre le sbarre. Più frequente da noi fu la figura della brigantessa ‘al seguito’. Clamoroso il caso di Rosa Martinelli, una ragazza di Ceglie Messapica di cui si invaghì Francesco Monaco, un capo banda della stessa città. La passione  del Monaco per questa ragazza gli costò la vita (dopo aver ucciso il loro capo, due briganti spararono contro la Martinelli ma miracolosamente le armi si incepparono e la ragazza potette far ritorno a casa). E infine le ‘avvisatrici’. Di questa genia c’era un morra anche in Puglia. A titolo d’esempio indichiamo una di queste messaggere. A Carovigno, durante l’invasione di quel centro abitato ad opera della banda Romano il 21 novembre 1862, Francesca Cascione  “picchiava gli usci dei vicini ingiungendo loro di aprire per essere venuti, siccome diceva, i nostri fratelli”. 

italointeresse@alice.it
 

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