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Emiliano non si rassegna per il Pd all’opposizione ma si convince alla linea di Martina

Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, leader anche di una corrente di minoranza interna al Pd, proprio non si rassegna a vedere il suo partito all’opposizione nelle Aule parlamentari appena rinnovate. Infatti, nonostante il clamoroso tracollo elettorale subito dal Pd nelle urne lo scorso 4 marzo, il governatore pugliese è convinto che il partito del Largo romano del Nazzareno non debba tirarsi indietro da un eventuale appoggio alla formazione di un governo dei “5 Stelle” a guida Luigi Di Maio.  Emiliano, come si ricorderà, aveva anticipato questa sua tesi già alla vigilia della consultazione politica dichiarando che se a vincere le elezioni, come difatti è poi avvenuto, fossero stati i “grillini”, allora il suo partito avrebbe dovuto sostenere il tentativo di governo del Paese da parte del M5S. Tesi, questa, confermata da Emiliano anche alla Direzione nazionale del partito svoltasi ieri pomeriggio (ndr – per chi legge martedì) a Roma e dove, già prima dell’inizio dei lavori ha affermato: “Il Partito democratico può decidere se far unire il Movimento 5 Stelle e Salvini e rimanere fuori da ogni controllo democratico di questo processo difficile”, aggiungendo: “Mi è venuto in mente l’Aventino il cui risultato è stato la deriva autoritaria dell’Italia, o se viceversa si può provare utilizzando la forza che deriva da questa legge elettorale proporzionale, individuando dei punti chiave, in materia di sicurezza, pari opportunità e uguaglianza, di contrasto alla povertà, ci sono molte cose che ci possono fare, concordando un programma e sostenendolo dall’esterno”. Inoltre, il leader di “Fronte democratico” ha aggiunto: “se M5S ce la fa è bene, sarà un bene per tutta l’Italia, se invece non ce la fa il Pd dovrà prendere atto e andare a votare”, chiarendo poi che “andare a votare direttamente è impossibile e pericolosissimo per il Pd”, in quanto – a suo dire – il partito di cui fa parte non può dare il proprio sostegno ad un governo di destra. Insomma, la preoccupazione di Emiliano sembrerebbe più quella di impedire l’ascesa al governo del centrodestra, con una possibile benché difficile alleanza tra Di Maio (M5S) e la Lega di Matteo Salvini, piuttosto che la governabilità del Paese con un Pd che, dopo cinque anni consecutivi al governo ed una sonora sconfitta elettorale, passi all’opposizione. Ed a sostegno della propria tesi, ossia quella di un Pd che non dovrebbe ritirarsi all’opposizione ma partecipare comunque alla formazione di un governo a “5 Stelle”, Emiliano evoca lo spauracchio di possibili “derive autoritarie” e “controllo democratico” che per Emiliano – sembrerebbe di capire – è possibile solo se il suo partito è parte attiva nella formazione del governo della nazione. Quindi, se così fosse effettivamente, quanto sostenuto da Emiliano sarebbe una sorta di anacronistico ritorno al passato nella visione democratica dell’Italia, ovvero di quando la vecchia Dc era considerata forza imprescindibile per il governo del Paese, che in definitiva verserebbe in una situazione di democrazia bloccata. Ma ora è davvero così la situazione politica nazionale? Stante a quanto emerso dalla Direzione del Pd, la maggioranza interna ed anche il leader dell’altra componente di minoranza, il ministro uscente della Giustizia, Andrea Orlando, non sono affatto favorevoli alla proposta di Emiliano. Anzi, la linea di quasi tutti gli altri leader del Pd pare che sia invece quella di una opposizione convinta al M5S. E perfino alcuni militanti dem, presentatisi ieri davanti alla sede di piazza del Nazareno, hanno espresso il loro dissenso a qualsiasi intesa con i pentastellati e la Lega, mostrano sulle giacche un adesivo con la scritta ‘Mai con M5S’ e aggiungendo a voce lo slogan: “mai anche con la Lega”. Emiliano, entrando nella sede del Pd per la Direzione del partito, a proposito della nomina di un nuovo segretario aveva dichiarato: “Orfini é un artista nel cambiare le regole a seconda delle opportunità di vittoria che ha la sua parte, siccome la sua parte ora ha possibilità di vittoria più contenute rispetto alle precedenti primarie, probabilmente ora vuole cambiare le regole, ma io penso sia impossibile, nel Pd, fare a meno delle primarie, anche perché il nuovo segretario deve avere la stessa legittimazione del segretario uscente”. Diversamente, per il governatore pugliese, si tratterebbe di “un segretario di serie B” rispetto a Renzi, se eletto in altro modo. Però, poi, uscendo dalla Direzione a fine lavori, Emiliano ha dichiarato: “Abbiamo però apprezzato la voglia di unità e di direzione collegiale del partito di Martina, e quindi la mia area darà un’astensione di incoraggiamento a Martina verso un’apertura che consenta all’Italia di essere governata”. E, continuando, ha pure detto: “da questo momento in poi collaboreremo con il segretario e cercheremo in tutti i modi di fare in modo che questo paese abbia presto un governo, sia pure un governo di minoranza con il nostro appoggio esterno”. In definitiva, una virata di Emiliano, rispetto alle posizioni iniziali, se non proprio di 180 gradi, almeno di 90. Come è accaduto altre volte per lui. E sicuramente non sarà l’ultima della serie.

 

Giuseppe Palella

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