Cronaca

Era il Villaggio delle indovine

Il Giorno del Ricordo: nel 1956 a Bari sorgeva Villaggio Trieste per ospitare parte dei nostri connazionali cacciati dalle aree geografiche sottratte all’Italia alla fine della guerra

Fino a una ventina d’anni fa era noto come ‘il villaggio delle indovine’. Oggi che per limiti anagrafici di quelle chiromanti non ne è rimasta una in attività, quel periferico agglomerato abitativo è involuto in un anonimo e sonnolento pugno di case popolari edificate nel dopoguerra fra l’Arena della Vittoria e la Fiera del Levante. Eppure quel complesso residenziale mantiene ancora il suo originale toponimo : Villaggio Trieste… Che storia, quella di Villaggio Trieste. Se ce ne occupiamo è perché oggi ricorre il Giorno del Ricordo, solennità civile celebrata ogni anno allo scopo di non lasciare che si smarrisca memoria sia degli italiani gettati nelle foibe dai partigiani titini durante la guerra, sia dei circa 300mila nostri connazionali costretti alla fine del conflitto ad abbandonare l’Istria, il territorio di Fiume e alcune aree della Dalmazia. Una piccola parte di quegli esuli venne assegnata a Bari. Inizialmente ospitati in baraccopoli, conventi abbandonati ed edifici pubblici inutilizzati, quei profughi trovarono degna collocazione solo più avanti, nel 1956, con la costruzione di Villaggio Trieste, così battezzato per festeggiare la sofferta restituzione di Trieste all’Italia avvenuta due anni prima e al termine di un calvario diplomatico durato quasi dieci anni. Ma i fuggiaschi dell’Italia nord-orientale costituivano solo una piccola parte delle circa mille anime che Villaggio Trieste poteva ospitare. Essi si trovarono infatti a coesistere con una ben più nutrita colonia di italiani provenienti dalle aree orientali del disgregato Impero Italiano, anch’essi costretti alla fuga per il drastico mutamento della situazione politica. A Villaggio Trieste, così, trovarono rifugio anche molti greci, turchi e albanesi che avevano acquisito la cittadinanza italiana contraendo matrimoni misti. E furono proprio costoro a trapiantare a villaggio Trieste la cultura della divinazione, praticata esclusivamente da donne e soprattutto nelle forme della lettura dei fondi del caffè. Di qui, come si diceva in apertura, la ragione del nomignolo assegnato a Villaggio Trieste (‘il villaggio delle indovine’). Un nomignolo ‘riduttivo’, tuttavia, dal momento che a Villaggio Trieste accadde ben altro : Tra quelle mille anime si sviluppò rapidamente e senza alcuno sforzo una simbiosi etnico-religiosa degna di memoria : cristiani, ortodossi e musulmani convivevano liberamente e le differenza di lingua e di costume non costituivano un problema. Tutta roba che appartiene al passato, però. A Villaggio Trieste sono rimasti in vita meno di una decina di profughi della prima ondata. E già molti dei discendenti di quella generazione sono deceduti o si sono trasferiti altrove, facendo spazio a gente che non ha alcun legame con gli esodi del dopoguerra, non esclusi temibili abusivi. Insomma Villaggio Trieste è irriconoscibile : privo di verde e di esercizi commerciali, ingolfato dalle auto in sosta selvaggia, scarsamente illuminato e insicuro, languisce a tutto danno di anziani costretti a sera a non mettere il naso fuori di casa e di giovani cui non resta che salire sul primo bus per incontrare coetanei nel centro della città.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 10 Febbraio 2024

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