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“Era un po’ lazzarone, ma buono”

Nel Settecento chi a Bari, nelle Puglie, o altra parte del Mezzogiorno lontana da Napoli avesse manifestato talento musicale, aveva un solo modo di valorizzarsi : emigrare nella capitale. Fu questo il caso di Gaetano Latilla, il quale nacque nella nostra città il 12 gennaio 1711 (ricorre oggi l’anniversario n° 307 della nascita). Dopo essersi messo in luce come cantore nel coro delle voci bianche della Cattedrale di San Sabino, nel 1726 si recò a Napoli dove divenne allievo dei Maestri Ignazio Prota e Francesco Feo presso il Conservatorio di Sant’Onofrio. Divenne così un operista di grido (gli sono accreditate quarantanove opere). La sua fama trovò conferma prima a Napoli, poi a Roma, infine a Venezia. Alla carriera di compositore affiancò quella di Maestro di Cappella (a Roma presso la Basilica di Santa Maria Maggiore, a Venezia presso l’Ospedale della Pietà e la Basilica di San Marco). Di Gaetano Latilla resta più l’eco della sua fama che tracce della sua vasta produzione. Anche dell’uomo, tutto sommato, si sa poco. Un disegno di  Pier Leone Ghezzi ci mostra un uomo dal profilo sgradevole, il labbro inferiore pendulo, il naso pronunciato e adunco. Dei molti che lo frequentarono, pochi gli hanno dedicato qualche rigo. Il musicologo e viaggiatore inglese Charles Burney, che aveva incontrato il Latilla a Venezia nel 1770 parla di un “compositore d’ingegno… un uomo cordiale e intelligente” di cui apprezzò anche la gentilezza. Un po’ caustica invece l’immagine lasciata molti anni dopo da Giacomo Gotifredo Ferrari che di Latilla divenne allievo a Napoli dopo il 1774 :  “Era un po’ lazzarone, ma buono, come sono tutti quei lazzari, purché abbiano il mezzo di procacciarsi un piatto di maccheroni. Prendeva Latilla un carlino per lezione (quattro soldi e mezzo inglesi) dai professori napoletani, due carlini dai forestieri in generale, e tre carlini dagl’inglesi; io gli offersi due carlini, come semplice forestiere, ma egli ‘no tu sei tirolese, fai rima coll’inglese, ergo devi pagar come il tuo amico’ (Th. Attwood). Mi sommisi a un argomento altrettanto intrepido che buffone, e mi trovai poscia felice d’aver un maestro dotto, che veniva da me quattro volte la settimana, e che restava meco per ore intere”. Questa stravaganza di carattere, sostiene Dinko Fabris, è forse da mettere in relazione al “delirio” mentale che lo colpì secondo una lettera inviata da G. M. Ortes a J. A. Hasse (informazione di Pier Giuseppe Gillio). Dopo aver abbandonato Venezia nel 1774, Latilla era tornato a Napoli, dove rimase sino alla morte, giunta il 15 gennaio 1788 e che “passò praticamente inosservata, essendo il maestro già inattivo da tempo” (Fabris). E’ probabile che il Ferrari sia stato l’ultimo allievo di Latilla, il che rende la sua testimonianza particolarmente preziosa.

Italo Interesse

 

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