Cultura e Spettacoli

Feticci da tasca

Il Museo archeologico provinciale Sigismondo Castromediano, che ha sede a Lecce, è considerato il più antico di Puglia. Risale al 1868 e prende nome dal suo fondatore, Sigismondo Castromediano, Duca di Cavallino. La grande fortuna di questo museo durò appena una decina d’anni. Con la scomparsa del Duca le sue considerevoli raccolte vennero saccheggiate andando ad arricchire altri musei italiani, tra cui quello di Taranto. Per esempio, nel Museo Archeologico Nazionale della città dei due mari trovano posto due preziosissimi reperti che vengono dal ‘Castromediano’ : le cosiddette ‘Veneri di Parabita’, cosiddette per essere state rinvenute all’interno di una cavità carsica nel territorio di Parabita frequentata da primitivi. Si tratta di due piccolissime statue in osso di bue (la più grande non arriva a dieci centimetri) raffiguranti donne dalle forme pronunciate. Si tratta di rappresentazioni della Grande Madre, una divinità femminile legata al culto della fertilità, che di tutti i culti primordiali è stato il più antico e diffuso (il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al paleolitico caratterizzando un periodo molto esteso che, almeno in Europa, va grosso modo dal 35mila al 3000 avanti Cristo ; le statuine in oggetto risalgono a prima del decimo millennio a.C.). Ma allora, stante questa funzione idolatra, perché immagini così piccole e non alte due metri, come si sarebbe convenuto a simulacri  da adorare anche all’interno di grotte-santuario? Le Veneri di Parabita fanno pensare all’equivalente dei nostri santini, rappresentazioni tascabili delle divinità a cui ogni cristiano oggi sceglie di affidarsi. Se per un cacciatore il dente di un grosso predatore appeso al collo serviva ad invocare la protezione di Dei della foresta che all’interno della stessa venivano identificati in acuminati megaliti, allo stesso modo donne giovani e meno giovani potevano a scopo propiziatorio custodire in una tasca della veste non casualmente aperta all’altezza del grembo una micro riproduzione della divinità ritenuta capace di regalare parti plurimi e fortunati. Erano tempi durissimi, quelli : un cacciatore che a sera si fosse ritirato senza preda valeva quanto una donna sterile, cioè nulla… Le piccole Veneri di Parabita, dunque,  non erano bamboline, come qualcuno ha pensato, bensì feticci ‘da tasca’. A consolazione di chi nel Salento invoca la restituzione delle due Veneri c’è il fatto che tre calchi delle stesse sono in esposizione in altrettanti musei salentini : il  ‘Castromediano’ e il MUSA di Lecce e il ‘Decio de Lorentiis’ di Maglie.

Italo Interesse

 


Pubblicato il 29 Settembre 2018

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