Cultura e Spettacoli

Filomena e Carolina, sangue brigantesco

La riflessione sul Centocinquantenario comincia a illanguidire. Dibattere ancora dell’opportunità, all’epoca, di ‘inventare’ uno stato unitario piuttosto che dare vita a una Confederazione è diventato sterile. Non è invece improduttivo riflettere sui briganti o – come tengono a precisare i Legittimisti – Soldati Liberatori. Poiché le guerre non sono solo ‘cosa da uomini’, anche questo informe e sfortunato esercito si colorò di una ‘quota rosa’. Come quasi un secolo dopo sarebbe stato per le bande partigiane, accanto agli Insorti ci furono pure alcune brigantesse. Con quest’ultimo termine, ancora più improprio che considerato al maschile, si intendono quelle donne che a vario titolo contribuirono alla causa anti sabauda. Di queste, pochissime imbracciarono il fucile ; la maggior parte svolse un’altrettanto preziosa funzione collaborativa (portaordini, ‘pali, spie, portavivande…). Davvero poco gli storici si sono occupati di queste figure, arrivando a identificarne solo un centinaio, a fronte di diverse migliaia di briganti. Ancora meno hanno fatto i commediografi, per cui si possono contare sulle dita di una mano i testi dedicati a queste donne che la carenza delle fonti avvolge di un’aura ancor più leggendaria che nel caso di un Romano, un Crocco o un Ninco Nanco. Degno di plauso, dunque, è ‘Brigantesse’, un lavoro di Raffaella Giancipoli e Antonella Iallorenzi, dalle stesse allestito e interpretato, che tra giovedì e venerdì scorsi è stato in cartellone al Nuovo Abeliano. Due donne, due sorelle, Filomena e Carolina, sono voci che si staccano dal coro per raccontarsi e raccontare una pagina di storia ingiustamente snobbata. La vicenda di queste due sorelle senza cognome è emblematica del clima di confusione nel quale esplose la rivolta popolare. Clima del quale risentì una rivoluzione abortita tra equivoci, debolezze, momenti di debolezza e calcolo. Compagne di trincea in origine, Filomena e Carolina, un po’ per colpa dell’amore, un po’ perché certe circostanze hanno il potere di torcere il braccio dietro la schiena anche alla più ferma coscienza, si ritrovano rivali. Dallo scontro personale (riflesso del più vasto contrasto di una guerra fratricida) escono entrambe perdenti, ritrovandosi infine a condividere la stessa cella di uno dei tanti ‘lager’ approntati dal neonato stato italiano per ’accogliere’, a scopo di sterminio, migliaia di prigionieri di guerra ; (che cari i Savoia, gli stessi galantuomini ‘lombrosiani’ che nel 1938 approvando le leggi razziali alimentarono l’industria della Shoah). Raffaella Giancipoli e Antonella Iallorenzi non si risparmiano dando vita a una performance asciutta e ruvida che, a parte vuoti occasionali, si presenta coerente e costruita lucidamente.

Italo Interesse


Pubblicato il 19 Febbraio 2013

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