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Filumena, archetipo di resistenza

‘Filumena Marturano’ trae spunto da un sapido fatto di cronaca che Eduardo strappò al carattere primordiale per elevarlo a spunto di teatro ‘alto’. Un’anonima furbetta da popolino evolse così in eroina popolare (più volte il Maestro confermò essere Filumena “la più cara delle sue creature”). Il teatro di Eduardo è così, sempre figlio di uno sguardo acutissimo volto alla Napoli dei bassi e dei vicoli. Una città che non è più, nel senso che pure lo squisito e inconfondibile colore di quella gente si è stinto nella banalità globale. Nel teatraccio della vita, nessuna ‘amante storica’, a Napoli come altrove, metterebbe in piedi il teatrino della finta agonia e delle nozze in articulo mortis. Se ne dovrebbe concludere a queste condizioni che ‘Filumena Marturano’ è opera più lontana da noi degli ottantaquattro anni che ci separano dal suo debutto, che è dunque opera desueta, superata. No, invece. La dimensione sottilmente epica del personaggio di Filumena rimanda all’ida di una sorta di archetipo della volontà femminile di reagire allo storico strapotere maschile. Senza rivangare il trito concetto della ‘modernità’ o della a-temporalità dei classici (concetto del quale tanto si abusa nel teatro contemporaneo per dare vita a operazioni furbe e acquose), appare evidente quanto una Filumena Marturano non sia estranea al nostro presente, nel quale ritrova particolare spessore. Il suo coraggio, questa voglia rabbiosa e tutta femminile di rialzare il capo e reclamare la dignità meritano attenzione in un frangente funestato da una strage di mogli, fidanzate, amanti e persino madri. Queste le motivazioni con cui Renzo Deandri a settembre scorso ha accettato di dirigere un laboratorio teatrale fiorito nell’ambito delle attività dell’Università Popolare Puglieuropa Bari e avente come obiettivo l’allestimento del capolavoro di De Filippo. Lo spettacolo, che ha visto impegnati ben sedici elementi (vedi immagine), è stato in cartellone al Bravò la scorsa settimana. Opportunamente Deandri colloca l’opera in un vago presente e la decontestualizza da Napoli, senza peraltro ‘baresizzarla’. Al più si concede qualche tollerabile libertà, come la moglie di uno dei tre figli di Filumena e come due donne paludate di nero le quali all’inizio del lavoro e nei momenti chiave fanno apparizione nel ruolo di rigide narratrici, quasi schegge da coro greco. Una colonna sonora molto (troppo?) composita avvolge questa lenta danza del pathos in cui gli interpreti si calano nei personaggi con la più alta generosità. Deandri dirige con rigore paziente attori ben motivati e confeziona un lavoro a più riprese sottolineato da applausi a scena aperta.

Italo Interesse

 

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