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“Firenze la mia seconda casa, ma sogno di allenare il Bari”

Leader, determinazione, motivatore, caparbietà nel raggiungere gli obiettivi, umiltà e senso di appartenenza al club in cui lavora, sono alcune delle capacità del tecnico Emiliano Bigica, ex calciatore del Bari il quale ha concluso di recente il suo rapporto con la Fiorentina, in particolare con la formazione Primavera. Società viola, peraltro, che ringraziamo per averci concesso l’intervista al proprio tesserato. Emiliano Bigica, oltre ad aver indossato la fascia da capitano nella stagione 93/94 segnato due reti, di cui una in B e l’altra nella massima serie con il Bari. Da tecnico delle giovanili ha disputato ben cinque finali dimostrando di avere un’incredibile attitudine ad arrivare sempre in fondo a qualsiasi competizione. Con la formazione Primavera dei viola ha vinto la Coppa Italia, e nella stagione corrente prima della sospensione causa Covid aveva raggiunto nuovamente la finale di Coppa Italia; da qualche tempo ha però concluso consensualmente il suo rapporto ed è pronto a rimettersi in gioco su una grande panchina.

Raccontaci della tua trafila nel settore giovanile biancorosso sino a quella convocazione in prima squadra per Fiorentina-Bari 2-2 dell’89/90 a soli sedici anni. Come è stato confrontarti con giocatori del calibro di Giovanni Loseto, Perrone, Di Gennaro, Gerson ed il resto della truppa biancorossa?

Sono entrato nel Bari già dai ‘Giovanissimi’ e devo tantissimo a mister Gravina, il quale mi ha insegnato le basi e fatto migliorare tantissimo dal punto di vista tecnico, mettendo le basi su un gruppo di baresi ed una nuova generazione che poi avrebbe proseguito ad alti livelli. Lì, da Lorenzo Amoruso, Max Tangorra, Michele Andrisani, Luigi Caggianelli ed altri, ho trovato tanti amici veri che poi sono presenti ancora a distanza di anni. Con la Primavera raggiungemmo una finale persa col Torino, squadra che ho battuto da tecnico. Sono molto grato anche a mister Pasquale Loseto che avevo con la Primavera, lui mi ha avanzato nella posizione di regista, e mi ha consentito di intraprendere la carriera fatta poi ad alti livelli. La mia prima panchina avvenne, invece, domenica 7 gennaio 1990, stadio di Firenze, in una partita pirotecnica, terminata 2-2 che con le reti di Buso e Roby Baggio per loro, mentre per noi Carletto Perrone e Fabrizio Fioretti, al novantesimo. Ricordo uno stadio gremito di gente e pur non subentrando in quella che ad oggi è la mia seconda casa, Firenze, era un segno del destino. Imparare ed apprendere da gente come Gianni Loseto, Joao Paulo ed un grande tecnico come Salvemini è stato fantastico. Su Baggio posso solo dire che è stato uno dei migliori fuoriclasse di tutti i tempi”.

Dopo quella panchina, sei sceso di categoria nella vecchia C1, prima con l’Empoli e poi a Potenza da protagonista, prima di rientrare alla base, al tuo Bari.

Ad Empoli ho realizzato poco meno di dieci presenze ma ho avuto modo di imparare da un grande tecnico, Vincenzo Guidolin e tra i miei compagni di squadra, su tutti ricordo Luciano Spalletti a fine carriera da calciatore e Carmine Gautieri, con quest’ultimo che mi ritrovai a Bari l’anno dopo. Ad Empoli e Potenza ho fatto la mia gavetta, due esperienze fondamentali per la mia crescita. A Potenza, nello specifico vincemmo anche lo spareggio contro il Casarano ed ho vissuto una stagione da protagonista. L’anno seguente il direttore Regalia, rinnovò l’organico biancorosso ed insieme al tecnico Beppe Materazzi mi vollero fortemente”.

Si dice, tramite fonti attendibili di alcuni ex Bari, che prima di accettare la fascia da capitano tu sia andato dai senatori del gruppo a chiedere la loro ‘benedizione’. Ricordaci anche della vostra corsa promozione culminata col secondo posto, dietro una grande Fiorentina, guidata da Ranieri. 

Sono sempre stato un ragazzo educato e quando mi fu data la fascia ero da una parte contento dall’altra quasi provavo vergogna per rispetto dei compagni più grandi. C’erano altri giocatori che avrebbero potuta rappresentare quel ruolo, da Protti, Barone, Pedone, Tovalieri, giusto per fare qualche nome, pertanto, andai nello spogliatoio e chiesi loro se fossero d’accordo, ed ebbi l’appoggio di tutto il gruppo. Poi con Max Tangorra, Michele Andrisani, Lorenzo Amoruso cercavamo di tenere sempre alto l’umore dello spogliatoio. Disputai 33 presenze, feci il mio esordio alla prima con la Lucchese e nella seconda giornata c’era ancora più emozione quando scesi in campo al San Nicola. Realizzai un solo gol che però valse la vittoria contro il Vicenza, in ‘A’ mentre segnai al Toro. Fu una serie B con grandi campioni, da Hubner, Inzaghi, Chiesa, Vieri, Bierhoff, quest’ultimo capocannoniere con l’Ascoli, inseguito da Batistuta con una grande Fiorentina, ma noi dal canto nostro avevamo un grande Sandro Tovalieri che ne fece 14 in ventinove partite, ma solo perché ebbe un infortunio serio, se no avrebbe lottato per il titolo ad armi pari”.

Con la Nazionale Under 21 hai vinto nel 1994 il titolo europeo ed hai indossato anche la fascia da capitano. Che esperienza ed emozione è stata.  

Ho fatto la trafila nella nazionale giovanile sin dai 15 anni sino all’Under 21. Ho vinto un Europeo facendo parte della ‘nidiata’ del 71/73 con tanti nascenti campioni. Dell’Europeo vinto ricordo le prime due vittorie, in semifinale e finale non giocai, ma fu comunque emozionante prendere parte alla spedizione azzurra. Ho indossato anche la fascia da capitano dell’Under 21, poi ci fu un comportamento mio non adeguato nei confronti del compianto tecnico Cesare Maldini e persi una grossa opportunità. Tuttavia, quelle partite contro Francia e Portogallo furono l’apripista alla vittoria finale, imbrigliammo le due formazioni, sia quella transalpina capitanata da Thuram e Zidane, e sia il Portogallo dove c’erano campioni come Figo e Rui Costa, mio compagno di squadra con la Fiorentina. Cesare Maldini è stato un grande tecnico, gli chiesi scusa della mia reazione, quella è stata l’unica mia mancanza nella mia carriera”.

Il capitolo con la Fiorentina, da calciatore prima ed in seguito da tecnico ti ha regalato le maggiori gioie sportive e della tua vita privata. Rimpianti, raccontaci.

Firenze la considero la mia seconda casa, ho trovato l’amore, mia moglie Lisa, ho due figli, Nicolò di 19 anni e Camilla di 11 anni. Poi la Fiorentina, l’avevo incrociata sul mio cammino alla prima panchina in biancorosso, ritrovata nella corsa vincente con il Bari nel 1993-94, loro arrivarono davanti e e due anni dopo ho avuto la grande possibilità. Un gruppo fortissimo che non si poneva limiti, insieme abbiamo vinto una Coppa Italia contro l’Atalanta, ma battendo anche l’Inter ed altre formazioni accreditate e nello stesso anno arrivammo quarti. A Firenze ho vinto anche la Supercoppa Italiana. Rimpianti non ne ho, forse uno solo che quando stavo avendo meno spazio, avrei dovuto scegliere prima di rimettermi in gioco altrove. Nella seconda parte della carriera sono stato martoriato dagli infortuni, ma sono felice della carriera avuta, non rinnego nulla”.

Nella tua carriera hai vestito anche la maglia di Napoli e Salerno, altre due grandi piazze con un tifo molto caldo. Il tuo ricordo?

Il primo anno di Napoli feci solo due presenze e poi mi sono rotto il crociato. A Salerno ho vissuto una sola stagione ma intensa, poi sono tornato a Napoli ho patito nuovi infortuni e sono tornato a giocare con i partenopei in B. Giocare in piazze nel sud ti dà qualcosa di unico, senza dubbio. Sono stato anche a Nocera, a Mantova, Potenza per la seconda volta ed ho archiviato la carriera a Novara dove ho avuto da subito la possibilità di iniziare subito con gli Allievi Nazionali per due stagioni”.

Dopo l’esperienza con il Vigevano hai vinto il tuo primo campionato con il Verbania in Eccellenza. C’è un ingrediente particolare per vincere, qual è la tua filosofia?

Anche a Vigevano avevo fatto bene ma con il Verbania, altra piazza calda e questa volta da tecnico, ho vinto il campionato di Eccellenza. In quella stagione arrivammo anche in semifinale di Coppa e perdemmo col Pisa, se avessimo vinto avrei trovato come avversaria il Bisceglie, una sorta di derby pugliese. Dopo Bellinzago ho ricoperto il ruolo di osservatore per la Federazione Italiana sino ad arrivare all’Under 17 e poi con la Fiorentina. Da tecnico ho raggiunto cinque finali, siamo stati spesso ad un passo dalla vittoria a volte negata dalla lotteria dei rigori; con la Fiorentina abbiamo alzato la Coppa Italia Primavera lo scorso anno battendo il Torino, 2-0 a Firenze ed 1-2 al ritorno con le reti di Vlahovic, oggi fisso in pianta stabile con la Prima squadra, e con quella di Maganjic. Non esiste una vera filosofia di gioco, mi piace concentrarmi sulla cultura del lavoro, credendo sempre nella mia squadra”.

Da tecnico dell’Under 17 hai valorizzato diversi giovani tra cui Pietro Pellegri. Hai rimpianti di quella tua esperienza per come si è conclusa?

Avevamo realizzato un cammino fantastico alle qualificazioni, poi al torneo europeo, abbiamo trovato un girone di ferro. Nonostante il girone proibitivo, avevo Kean in organico e vincemmo la prima rifilando tre gol ad una fortissima Croazia.  Poi Kean fu richiamato dalla Juventus e ci lasciò nelle restanti due partite, altri li persi per infortunio e Pellegri che hai citato, una partita non la giocò per squalifica. Era un bel gruppo, resta il rimpianto che con un pizzico di maggiore fortuna e situazioni favorevoli, avremmo passato il turno. Perdemmo contro la Spagna di Ruiz ed una grande Turchia”.

Una battuta sul talento della Fiorentina, Gaetano Castrovilli, lanciato da Gigi Nicassio e Giovanni Loseto nelle giovanili biancorosse. Il tuo parere su Gaetano, giovane promessa del nostro calcio.

Gaetano è un ragazzo straordinario con grandi motivazioni e tecnica. Evidentemente ha avuto bravi maestri a Bari (ride, ndr), ma ha tanta forza ed è un ragazzo serio come pochi. Ha fatto benissimo a farsi la gavetta, adesso sta dimostrando di saperci stare nel grande calcio ed il Commissario Tecnico, Roberto Mancini ha grande considerazione di lui”.

Infine, il Bari il 13 luglio inizia i suoi playoff verso la scalata alla ‘B’, li vedi favoriti? Quanto desideri, un giorno, sederti su quella panchina?

Li seguirò sicuramente. Il Bari parte da favorito e sono sicuro farà il suo. Certamente non gioca da solo e troverà avversarie agguerrite ma anche di qualità, da quelle del suo girone, alla Reggiana ed altre pretendenti. Il Bari però dispone di un organico di categoria superiore e di un tecnico capace come Vivarini. Forza Bari! Il mio sogno dopo quello di diventare giocatore che ho esaudito, è quello di allenare il Bari in qualsiasi categoria, e mi sento pronto”.

Marco Iusco

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