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Fitto ancora sotto processo per illecito finanziamento al partito

 La procura di Bari l’anno scorso ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza del gup di Bari Rosa Calia Di Pinto che prosciolse da cinque reati il ministro per i Rapporti con le Regioni, Raffaele Fitto, rinviandolo a giudizio per altre sei imputazioni. I fatti si riferiscono al periodo 1999-2005, quando Fitto era governatore della Puglia, e si prescriveranno quasi tutti nel 2012. La procura in sostanza ha chiesto alla Suprema Corte l’annullamento della sentenza di proscioglimento dai reati di associazione per delinquere, concussione e per tre episodi di falso. Evidenzia per questo «pretermissioni qualitative e quantitative» da parte del giudice che – secondo la procura – ha tenuto conto in buona parte della memoria difensiva di Fitto, tralasciando molte intercettazioni «significative». Nel ricorso si sottolineano infatti tre presunti errori di citazione compiuti dal giudice, riferiti a tre telefonate che nulla hanno a che vedere con la posizione del ministro. Questi errori – è stato fatto rilevare – sono contenuti anche nella memoria difensiva. Fitto è a giudizio per due episodi di corruzione, tra cui la presunta mazzetta da 500mila euro ricevuta dall’editore romano Giampaolo Angelucci per l’illecito finanziamento al suo partito ‘La Puglia Prima di Tutto’, un peculato e due abusi d’ufficio. Il procedimento riguarda l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata ad assicurare alla Fiorita le concessioni di servizi di pulizia, sanificazione ed ausiliariato da parte di enti pubblici e di Ausl pugliesi, e l’affidamento di un appalto da 198 milioni di euro ad una società di Angelucci per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa). La sentenza di proscioglimento – riferiscono fonti della procura – è affetta da «pretermissione di valutazione quantitativa e qualitativa», cioè analizza solo otto delle centinaia di telefonate intercorse tra Fitto e i fratelli Dario e Piero Maniglia, amministratori della Fiorita, che – secondo l’accusa – sono alla base della partecipazione di Fitto all’associazione per delinquere. Nel ricorso si parlava, infatti, di «pretermissione di valutazione sulla suscettibilità di sviluppo a dibattimento per almeno 300 telefonate» tra Fitto e i Maniglia che – secondo l’accusa – hanno vinto illecitamente appalti per 31 milioni di euro. Ma dopo un altro anno di attese, ricorsi e rinvii, si acuisce il rischio prescrizione dei reati di cui sono imputati, appunto, Fitto, l’ imprenditore Angelucci e le altre settantasei persone coinvolte nella maxi inchiesta della Procura di Bari. Nell’ udienza fissata l’estate scorsa uno giudice del collegio si è astenuto, dichiarando la propria incompatibilita’. Ora si torna in aula martedì prossimo, 2 novembre, quando dovrebbe finalmente essere stata depositata la decisione della Corte di Cassazione sul ricorso della Procura contro il proscioglimento. I pubblici ministeri Roberto Rossi e Renato Nitti nel ricorso alla Suprema Corte, in ogni caso, hanno sottolineato una mezza dozzina di episodi, non presi in considerazione dal giudice dell’udienza preliminare, dai quali emergerebbe il coinvolgimento di Fitto nel sodalizio criminale. Proprio con riferimento al reato di associazione per delinquere, il giudice ha ritenuto che l’accusa si era basata su elementi probatori «incerti e contraddittori» e ancora «inidonei a determinare il passaggio al giudizio perchè non si appalesano suscettibili di ulteriore sviluppo nella istruttoria dibattimentale, ma al contrario risultano sconfessati da elementi di segno contrario». Non resta che attendere il responso dei giudici supremi per capire di quali reati dovrà rispondere l’ex governatore della Puglia, costretto ancora a presenziare nella sua regione più per motivi giudiziari, che politici o amministrativi. (fdm)
 
 

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