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Foche e reperti: la forza del passato

 

Possono essere messi in relazione due eventi recentissimi e quasi contemporanei come l’avvistamento di una foca monaca e l’avvenuto rinvenimento di ulteriori ricchezze all’interno di una vicina necropoli? Sì, se nel primo caso il mammifero era assente in quel braccio di mare da mezzo secolo. Il braccio di mare in questione è l’area marina protetta di Porto Cesareo, mentre l’area archeologica trova spazio nel territorio di Alezio, un piccolo comune in provincia di Lecce. Una volta la foca monaca, l’unico pinnide che vive nei mari caldi, era diffuso in tutto l’Adriatico. Era perciò stanziale lungo le coste pugliesi, almeno là dove esse presentano grotte, soprattutto sommerse. Al presente si calcola vivano in Adriatico fra le dieci e le venti unità, il che fa della foca monaca una specie a forte rischio estinzione. – In tutto sopravvivono in natura meno di settecento esemplari distribuiti tra Mediterraneo, Mar Nero, coste atlantiche di Spagna, Portogallo, Marocco, Mauritania e isole Canarie – Tra le ragioni della graduale scomparsa della foca monaca, oltre l’inquinamento e l’antropizzazione, va messo in conto che la foca monaca un tempo veniva catturata a scopo di macellazione (rendeva però più se catturata viva, poiché era più addomesticabile di quella comune e perciò meglio si prestava a numeri da circo). L’ultimo avvistamento nelle nostre acque (quelle di Tricase) risaliva a quattro anni prima. Ed ora Porto Cesareo… Stiamo assistendo ad un clamoroso ritorno? Aspettiamo a dirlo. Intanto queste timide apparizioni confermano l’utilità delle aree protette. Venendo ora al passato che ritorna dal sottosuolo, le scoperte archeologiche ad Alezio sono di casa. E aumentano a misura che si procede con gli scavi nella necropoli messapica di Monte D’Elia, un modesto rilievo ai margini del centro abitato. Quelli portati a termine negli ultimi giorni di dicembre confermano ufficialmente che il passaggio fra l’antica città e la necropoli, individuato a suo tempo e classificato come sentiero, era invece una strada ‘cerimoniale’, che sfociava in una piazza intorno alla quale erano dislocate le sepolture dell’aristocrazia. Qui si concludevano le processioni funebri. Fra gli altri rinvenimenti : un ossario con i resti di una decina di persone, un puntale di giavellotto, una trozzella (tipico vaso messapico), una coppetta contenente avanzi di olive (cibo per il viaggio nell’Oltretomba) e il sepolcro di un bimbo, sepolto con un bicchiere, un’anforetta, uno sonaglio, un astragalo e uno strigile (strumento d’osso, ricurvo e fornito di manico, adoperato per detergere il corpo dopo il bagno). In conclusione, la risposta al quesito d’apertura è nella doppia – e in qualche modo contigua – espressione di forza con cui il passato si riprende il suo spazio a danno di un presente invasivo, volgare e dannoso.

Italo Interesse

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