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Fuggi quest’orlo d’italica spiaggia…

Il recente rinvenimento nel centro storico di Castro di un statua femminile (mutila) risalente all’era pre-romana IV secolo e nella cui veste drappeggiata si vuol vedere una riproduzione di Minerva, risolleva la gloria del piccolo centro salentino. Stando a quanto canta Virgilio nel terzo libro del suo celebre poema, è possibile che su quel tratto di costa abbiano fatto sosta Enea ed onorato la Dea, cui era consacrato un tempio, prima di riprendere con i compagni il viaggio verso la ‘terra promessa’ (Roma).  Virgilio non parla di Castrum Minervae (antico nome del piccolo centro a poca distanza da Otranto) né di Apulia, tuttavia gli elementi che ci riconducono al Salento del basso Adriatico sono molti. Ne troviamo conferma nell’onesta traduzione che Rosa Calzecchi fa dell’Eneide : Nel corso della lunga navigazione le navi troiane arrivano in vista dei monti Cerauni (“da cui per l’Italia è brevissimo il tratto di mare”), una catena montuosa dell’Epiro ai confini con la Grecia. Poiché “il sole cade frattanto”, i profughi prendono terra (“sul lido asciutto qua e là riposiamo”). Ma il nocchiero della flotta ha il sonno breve : “Alacre Palinuro si leva ed esplora tutti i venti,  spia con l’orecchio la brezza, tutte le stelle nota”. Studiata la rotta, “squillante dà il segno… noi il campo leviamo e ritentiamo la via”. “E già rosseggiava, fugate le stelle l’Aurora (s’è dormito veramente poco)… quando bassa vediamo l’Italia”. Quel ‘bassa’ segnala l’assenza di monti : Non può essere che il Salento, quello! Entusiasmo a bordo. Invocate da Anchise, “rinforzan le brezze e il porto ci s’apre, ormai vicino, un tempio in vetta ci appare, sacro a Minerva. Le vele i compagni raccolgono, voltano a riva le prue”. Davanti a loro, accogliente e sicuro, si apre un porto naturale (“rupi turrite”, i cui scogli “grondano spuma e spruzzi salmastri”, si allungano “in doppio bastione”). Appena messo piede a terra, la prima cosa che si offre alla vista sono quattro cavalli “di niveo candore” che pascolano in una “libera piana”. Anchise vi legge un segno del cielo : “Guerra, terra ospite, porti… guerra quel branco minaccia. Pure, anche al carro sono questi quadrupedi avvezzi… speranza anche di pace”. Il padre di Enea chiama tutti a velare il capo “col frigio mantello” e invocare “la santa potenza della Dea”, come suggerito in precedenza dall’indovino Eleno. “Subito, compiuti i voti… lasciamo quelle dimore di oriundi greci, quei campi sospetti”. Quel ‘sospetti’ si spiega con fatto che Eleno aveva messo in guardia Enea contro le insidie del lungo viaggio che l’aspettava.  Una di queste insidie riguardava l’approdo pugliese : “… queste terre, quest’orlo di italica spiaggia… fuggilo ; ogni borgo vi è pieno di Greci maligni”.

Italo Interesse

 

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