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Gesche intriga e divide

Lo Spuckstein è una piccola pietra di basalto contraddistinta da un’incisione a forma di croce che fa parte del selciato antistante la Cattedrale di Brema. E‘ consuetudine per residenti e turisti che si trovino a passare di lì, sputarvi sopra. Il gesto, che una volta serviva ad esprimere adesione al senso comune delle Giustizia, oggi ha solo valore scaramantico. Lo Spuckstein indica il punto dove il 21 aprile 1831 fu eretto il palco su cui  venne giustiziata Gesche Margarethe Gottfried, avvelenatrice seriale che tra il 1° ottobre  1813 e il 24 luglio 1827 soppresse con l’arsenico quindici persone tra genitori, figli, fratelli, fidanzati, mariti, amici e conoscenti. Ancora oggi si discute se l’infelice avrebbe avuto diritto al riconoscimento della totale incapacità d’intendere e volere, cosa presa in  considerazione dalla Corte di Lubecca (dove si celebrò il processo) e poi respinta nella convinzione che la donna, aveva agito ogni volta, come si legge dalla sentenza, con freddezza consapevole, determinata da ciniche pulsioni egoistiche e da un’imperdonabile mancanza di senso morale. Il caso Gottfried ha ispirato numerosi scrittori, musicisti e cineasti. Il contributo più prezioso è stato quello di Reiner Fassbinder, autore di ’Bremer Freiheit‘ (Libertà a Brema), un dramma da cui nel 1972 fu tratto un film-tv girato dallo stesso Fassbinder in collaborazione con Dietrich Lohmann. L’ultima messinscena di quel testo dalle parti nostre, avvenuta ad opera di Elvira Maizzani e delle forze de La DifferAnce, risale al 1989. A distanza di trent’anni il nostro Andrea Cramarossa torna sul lavoro di Fassbinder, che adatta cavandone un allestimento maturato all’interno di Del Vento e della Carne, un laboratorio curato da Teatro Delle Bambole. Lo spettacolo è stato in cartellone al Duse lunedì scorso. Cramarossa impone maschere a tutti. La scelta, involontariamente, avvicina la ricostruzione del misfatto alle modalità di racconto oggi imperanti sul piccolo schermo, dove in presenza di argomenti scottanti i testimoni si fanno riprendere col viso escluso dall’inquadratura, o di spalle, in penombra, la voce artefatta… Ciò ispira l’idea di un personaggio (Gesche) rimasto scomodo, una figura enigmatica che ancora intriga e divide, oggi forse più di ieri, Questa incertezza è messa in risalto dal ricorso a pupazzi, i quali non fanno  tappezzeria, per cui interagiscono, hanno un ruolo. La trovata aggiunge un tocco grottesco, leggermente irritante. Con cura calligrafica Andrea Cramarossa adatta alla contenuta metratura del palcoscenico del Duse un movimento ricchissimo, nel quale tutto è a vista e nulla resta tra le quinte. Disciplinati e rigorosi, Emilia Brescia, Federico Gobbi, Ilaria Ricci e Caterina Rubini raccolgono meritati applausi. Qualche lungaggine non scalfisce la sostanziale bontà di un allestimento complesso e ambizioso. Costumi di Iole Verano, pupazzi di Federico Gobbi

Italo Interesse

 

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