Cultura e Spettacoli

Gli Dei erano ancora assetati di sangue

Nel suo ‘Vergilii Aeneida’, Servio Grammatico , un erudito del IV sc. a. C. scrive: a proposito dei Libri Sibillini : “è incerto da quale Sibilla siano stati scritti, sebbene Virgilio li attribuisca alla Cumana, Varrone, invece, all’Eritrea. Ma consta che sotto il regno di Tarquinio una donna, di nome Amaltea, abbia offerto al re stesso nove libri, nei quali erano scritti i fati e i rimedi di Roma, ed abbia preteso per questi libri trecento filippi, che allora erano preziose monete auree. Costei, respinta, dopo averne bruciato tre, ritornò un altro giorno e chiese altrettanto, ed egualmente il terzo giorno, dopo averne bruciati altri tre, ritornò con gli ultimi tre e ricevette quanto aveva chiesto, poiché il re era stato impressionato da questa stessa vicenda, cioè dal fatto che il prezzo restava immutato. Quei libri si conservavano nel tempio di Apollo”. I Libri sibillini erano una raccolta di responsi oracolari scritti in lingua greca che venivano consultati nei momenti più delicati della storia di Roma. Uno di questi momenti è strettamente legato alla storia della Puglia.  Quando la notizia della disfatta di Canne giunse nella capitale, la disperazione toccò picchi elevatissimi. Nella generale incertezza si decise di fare ricorso ai Libri Sibillini, basati sull’esame delle viscere degli animali sacrificati. I Decemviri Sacrorum, i sacerdoti preposti alla conservazione e alla consultazione di quei libri, sacrificarono bestie e nelle interiora ancora calde delle stesse vollero leggere la risposta degli Dei. Il responso era agghiacciante :  Gli Dei reclamavano ancora sangue per salvare la città dalla minaccia cartaginese ormai vicinissima. E questa volta non si trattava si sgozzare su un’ara le solite capre e giovenche. Tramanda Tito Livio nel Libro XXII delle sue Storie  : “Ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” Dunque, in ossequio a quei libri fatali,  vennero eseguiti diversi sacrifici umani, tra cui un Gallo ed una Galla, un Greco ed una Greca. Era dal 228, cioè da prima della guerra contro gli Insubri, ricorda Plutarco, che Roma non ricorreva a tali cruenti riti, se si escludono le esecuzioni pubbliche dei nemici sconfitti avvenute in omaggio al dio Marte. Chi erano quei quattro sventurati? Livio precisa che il luogo d’esecuzione, questo recinto in sassi posto all’interno di un’area che si estendeva nei pressi del Monte Testaccio, lungo la riva destra del Tevere, e preposta al mercato del bestiame, era stata precedentemente irrorata del sangue di un imprecisato numero di prigionieri di guerra. Il rilievo dato da Livio alle due sfortunate coppie e la presenza di donne fa pensare che costoro appartenessero all’aristocrazia nemica, cioè che fossero i ‘pezzi pregiati’ della ‘riserva’ di prede di guerra. In altre parole, per ingraziarsi divinità sanguinarie Roma aveva scelto di sacrificare un ‘capitale’ piuttosto che comune ‘carne da spada’, come soldati generici, i quali, per il fatto di essere destinati a lavorare nelle miniere o ad essere incatenati al remo di una galea, non valevano più di qualche spicciolo.

 

Italo Interesse

 


Pubblicato il 7 Giugno 2019

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