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Governo Draghi, o del centro di gravità permanente

Il governo Draghi ripropone in Italia il problema della rappresentatività delle istituzioni. Quanta ideale corrispondenza c’è tra premier non eletto ed elettorato? Qual è il peso relativo del Parlamento?

Draghi ha risposto alla nomina accorata di Mattarella, nel coro degli osanna di partiti, stampa e opinione pubblica. Sparute le stonature.

Giuseppe Conte, che non era legato a fil doppio a nessun partito, non è stato il riformatore ma l’equilibrista, il sensale tra le diverse rivendicazioni.

Il Draghi “tecnico” che gli subentra, tuttavia, non è lì per fare il tecnico riparatore, ma il politico. Il governo tecnico puro, infatti, in Italia non è contemplato dalla costituzione. E poi un Draghi che è stato fin lassù, sulla poltrona più alta della BCE, non può essere un tecnico-e-basta, poiché non è tecnica-e-basta una decisione presa sul livello dei tassi nell’Eurozona. A quelle altezze europee, come a queste italiane, chi governa prende decisioni politiche, non ignaro delle tecnicalità che vi presiedono.

Emergenza pandemia, Recovery Plan, energia-ambiente, legge elettorale, migrazioni, giustizia, scuola, prossimo Capo dello Stato: è la politica dei tecnici che obbedisce ai tecnici della politica.

Occorre, dal Parlamento e dal Paese, la fiducia che un sistema come quello italiano, consociativo più che competitivo, assicura quasi sempre con l’accomodantismo dei suoi politici e lo scambio di prestazioni cittadino-stato.

In fondo, oggi tra globalismi e sovranismi ci si sente italiani per un riflesso di patriottismo esangue, salvo riferirsi agli esempi stranieri per misurarsi col metro storico dell’ingovernabilità del Paese. L’Italia unitaria, che deve ancora darsi un ordinamento morale della democrazia, chiede nuove sperimentazioni alla politica e una coerenza eretica rispetto alle pratiche della consociazione e del debito. Troppi, però, i sospiri della pace sociale e le convenienze della rendita economica.

Il vero problema è allora l’unanimismo, la visione apodittica e plebiscitaria delle cose, l’avvelenarsi della lotta nella ragion di stato, la congiura della statolatria contro l’individuo.

Quel che temiamo è l’irresponsabilità politico-finanziaria (spendere senza dover rispondere elettoralmente a nessuno) sotto le convenienti spoglie di un esecutivo simil-tecnico; è l’Italia che delegando, si deresponsabilizza di fronte all’emergenza; è l’affidarsi al con-Duce-nte di chi non vuol gestire perché non sa controllare.

In una nazione di rètori, in cui la denuncia è una pratica estranea che turba la pace del disinteresse e i sogni d’indifferenza, chi lotta non può che disturbare il conducente.

L’anticorpo liberale, quindi, non è, non dev’essere, nel sistema ma viene dalla sempre puntuale e agognata provvidenza.

Ecco, per questi italiani non educati alle libertà e incapaci di rinnovamento (ma pure di reazione), si deve auspicare che Draghi faccia il Draghi e che si abbia davanti a sé un tempo sufficiente per apprezzare i guasti di tanta grettezza culturale e della faciloneria con cui ci s’imbatte in simili avventure di rappresentatività extra-ordinaria.

Nessuna lotta, dunque, nessuna pedagogia e nessuna responsabilità.

Il demiurgo s’appellerà all’immancabile solidarietà nazionale, sì che il Parlamento diventi il luogo della mera ratifica, della serenità condivisa e di ogni trasversalità di maggioranze e opposizioni, risolte tutte in un ineffabile “centro di gravità”. Ineffabile e, ovviamente, permanente…

 

Felice de Sario

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